<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-2540496170758466033</id><updated>2012-02-16T07:34:22.433-08:00</updated><title type='text'>COMITATO DELLE DUE SICILIE (ARGENTINA)</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>Comitati Due Sicilie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/15213686051266130134</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>14</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2540496170758466033.post-4472680134610823878</id><published>2008-06-11T05:29:00.000-07:00</published><updated>2008-06-11T05:30:52.219-07:00</updated><title type='text'>CONGRESSO NAZIONALE</title><content type='html'>&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Cari soci e compatrioti tutti,&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La riunione svoltasi ieri 10 giugno 2008 presso la sede nazionale dei Comitati Due Sicilie ha stabilito la data per il I Congresso nazionale dei CDS che si terrà il 5 ottobre di questo anno presso l’Hotel Pisani in Viale Carlo III di S.Nicola La Strada.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Resta stabilito che prima di tale evento i responsabili locali del nostro movimento devono indire un pre congresso per ritirare le adesioni e fare presente alla dirigenza nazionale i nomi dei soci delle sezioni locali, il pre congresso servirà tra l’altro per dare la comunicazione dei nominativi dei dirigenti nazionali selezionati dai vari Comitati da proporre come candidati del 5 di ottobre nei ruoli di :&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;1) Presidente Nazionale&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;2) Vicepresidente Nazionale&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;3) Vicepresidente Nazionale&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;4) Segretario Nazionale&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;5) Tesoriere Nazionale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Invitiamo a dare comunicazione delle date scelte dai coordinatori locali per i pre congressi locali così da poter avere possibilità come organo dirigenziale nazionale provvisorio di potere partecipare all’evento e per avere già delineato per il giorno 5 ottobre già la linea programmatica di ognuno dei Comitati locali al convegno del congresso nazionale .&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per ulteriori chiarimenti chiamare al numero 3383104367-3314067037-0823457071.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fiore Marro&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Segretario nazionale Comitati Due Sicilie&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2540496170758466033-4472680134610823878?l=duesicilie-briganti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/feeds/4472680134610823878/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2540496170758466033&amp;postID=4472680134610823878' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/4472680134610823878'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/4472680134610823878'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/2008/06/congresso-nazionale.html' title='CONGRESSO NAZIONALE'/><author><name>Comitati Due Sicilie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/15213686051266130134</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2540496170758466033.post-3919165295344286861</id><published>2008-05-30T05:16:00.001-07:00</published><updated>2008-05-30T05:19:33.373-07:00</updated><title type='text'>BREVE STORIA DELLE DUE SICILIE, di Antonio Pagano</title><content type='html'>Dalla ML Periodico Due Sicilie&lt;br /&gt;PANORAMA STORICO&lt;br /&gt;Nel &lt;span style="font-family:verdana;"&gt;1130&lt;/span&gt;, notte di Natale, con una fastosa cerimonia Re Ruggero II sancí a Palermo la nascita del Regno di Sicilia. Tutto il Sud della penisola italiana, dagli Abruzzi alla Sicilia, fu unificato come nazione indipendente con capitale Palermo. Quel 25 dicembre è una data simbolica: Ruggero II si presentava come il redentore di tutte le popolazioni del Sud della penisola, dagli Arabi, dai Bizantini e dai Longobardi e nello stesso tempo annunciava al mondo la nascita di un regno cristiano. Il Regno, a quella data, aveva circa tre milioni d’abitanti, ed era da sempre considerato il territorio piú bello dell’Europa per l’antica cultura, per il clima, per gli stupendi paesaggi e per lo stesso modo di vivere della gente, che già per questo poteva ben dirsi una nazione. Nel resto d’Italia vi erano altri cinque milioni d’abitanti, divisi in tanti piccoli Stati, qualcuno non piú grande della sua cerchia di mure, parlanti idiomi diversi, di origine diversa e con diverse tradizioni. Il governo normanno durò fino al 1194. Poi vi fu quello degli Svevi, il cui piú illustre rappresentante fu Federico II. Con l‘avvento degli Angioini nel 1266, la capitale del Regno di Sicilia fu portata a Napoli. A seguito dei «vespri siciliani» del 1282 la Sicilia fu occupata dagli Aragonesi e divenne Regno di Trinacria, mentre la parte continentale divenne Regno di Napoli. Nel 1443 gli Angioini, che non avevano mai formalmente rinunciato al titolo di re della Sicilia, dovettero cedere agli Aragonesi anche la parte continentale del Regno che fu riunito a quello di Napoli da Alfonso il Magnanimo (Regnum utriusque Siciliae, Regno delle Due Sicilie). Nel 1503 il Regno fece parte della Spagna, che costituí due vicereami autonomi: quello di Napoli e quello di Sicilia. Cosí restò nel breve periodo austriaco, che va dal 1707 al 1734, anno in cui tutta la Nazione diventò nuovamente indipendente con i Borbone.Il primo sovrano fu Carlo, figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, già duca di Parma. Egli prese possesso del regno, succedendo agli Austriaci, a seguito delle vicende connesse alla guerra di successione polacca e tale avvicendamento gli fu riconosciuto poi dal trattato di Vienna del 1738. Il ripristino dell’antico nome delle Due Sicilie avvenne nel 1816, a seguito del Congresso di Vienna del 1815 che mirava ad assestare politicamente il territorio europeo dopo gli sconvolgimenti causati dalle guerre napoleoniche. Al Congresso di Vienna, tuttavia, le potenze che avevano vinto il conflitto, Inghilterra, Austria, Russia e Prussia, diedero all’Europa una sistemazione tendente a rafforzare esclusivamente i loro interessi, dividendo artificialmente le nazioni. La Francia fu ricacciata negli antichi confini e privata di suoi territori a favore della Prussia, circostanza che fu poi l’origine di continue guerre tra i due popoli. Gli Stati tedeschi furono sconvolti da ingrandimenti e dimezzamenti territoriali senza che fosse tenuto conto della loro aspirazione a costituire uno Stato unico. La Polonia fu divisa fra tre Stati. L’Austria s’ingrandí a spese di una varietà di popoli del tutto diversi tra loro. Nella penisola italiana, la repubblica di Genova e l’Alto Novarese furono incorporate dal regno sardo-piemontese; il Veneto e la Lombardia furono assegnate all’Austria; il Regno delle Due Sicilie, pur avendo fatto parte delle potenze vincitrici, fu spogliato di Malta e dello Stato dei Presidii. Le decisioni del Congresso di Vienna, insomma, pur riuscendo a mantenere poi per numerosi anni un equilibrio tra le varie potenze, non considerarono in alcun modo le aspirazioni degli altri Stati, ponendo le premesse per i successivi conflitti.Il Congresso di Vienna era avvenuto a seguito del Patto di Chaumont, stipulato nel 1814, per effetto del quale era stata costituita la Quadruplice Alleanza tra Inghilterra, Prussia, Austria e Prussia con l’impegno di liberare l’Europa dal dominio napoleonico e di ricondurre la Francia nei confini del 1792. Dopo il Congresso, si costituí il 26 settembre 1816 la Santa Alleanza tra Russia, Prussia e Austria, che si accordarono per darsi reciproca assistenza per la conservazione della situazione territoriale e delle dinastie istituzionali europee. Soprattutto l’Austria aveva interesse a questo accordo proprio perché costituita da un mosaico di popoli che aspiravano all’indipendenza. A quest’ultimo patto non partecipò l’Inghilterra, che era interessata non tanto alla stabilità del continente, ma solo a mantenere controbilanciate le forze delle potenze europee e di conservare il dominio sui mari, situazione quest’ultima che le permetteva di rendersi arbitra della politica degli altri Stati. La Francia fino al 1850 fu ingabbiata da questa alleanza che le impedí ogni azione tendente a modificare le decisioni fissate al Congresso di Vienna.La politica europea, in seguito, dovette abbandonare tali principi conservatori, ormai non piú rispondenti alla realtà, e si apprestò a fronteggiare i pericoli ben piú gravi causati dai moti liberali, i cui principali ispiratori, Giuseppe Mazzini e Carlo Marx, sostenevano soprattutto il principio dell’uguaglianza dei popoli piú che la loro indipendenza. A tali principi erano particolarmente interessati gli ebrei, i quali da secoli lottavano per la loro emancipazione e per questo fecero parte delle società segrete alle quali parteciparono attivamente ed anche economicamente.Questa nuova ideologia aveva spaventato soprattutto la piccola e media borghesia dell’Europa continentale che appoggiò la conseguente reazione ed ebbe come risultato la formazione degli Stati costituzionali, come strumento per opporsi agli sconvolgimenti causati dai moti rivoluzionari, ma anche all’assolutismo monarchico che impediva una politica liberista. I moti del 1848, infatti, avevano scompaginato gli accordi del Congresso di Vienna con il prevalere delle idee del nazionalismo che aveva portato agli scontri dei tedeschi contro polacchi, danesi e slavi; ungheresi contro slovacchi; croati contro ungheresi e italiani. Gli Asburgo soffocarono le rivoluzioni in Italia, in Ungheria, in Germania e Boemia, basando però unicamente sulla forza dell’esercito la loro azione politica nel tenere unito il vasto impero austriaco. Artefice di questa politica fu il Metternich, che era convinto che solo il rispetto dell’ordine costituito potesse tenere insieme popoli diversi e di differente cultura in un unico organismo politico.In un primo tempo l’Inghilterra, coerentemente alla sua politica di bilanciare le contrapposizioni degli Stati europei, aveva appoggiato l’Austria perché la considerava pur sempre un baluardo all’espansionismo francese. Dopo il 1846 l’Inghilterra, guidata da Palmerston, incominciò anche ad interessarsi della situazione della penisola italiana ed a condannare apertamente gli interventi austriaci. L’Austria, infatti, aveva stretto rapporti amichevoli con Francia e Russia, le due potenze che gli Inglesi temevano di piú. Per questo nel 1847 il governo inglese inviò in Italia lord Minto con il compito ufficiale di sostenere gli Stati riformatori e la causa della libertà in senso moderato, ma la vera missione di Minto era quella di evitare una crisi dell’equilibrio europeo, e di impedire che tutta la penisola cadesse sotto l’influenza francese a seguito di un eventuale disimpegno austriaco. Altro compito di Lord Minto nella penisola era quello di favorire la costituzione di una lega doganale tra i vari Stati italiani. L’ Inghilterra, infatti, sovrastava tutti gli altri Stati europei nell’industria e nel commercio e, per questo, aveva tutto l’interesse ad imporre in Europa una politica di libero scambio, che, permettendo il libero ingresso di prodotti a basso costo, avrebbe stroncato sul nascere le economie emergenti che non avrebbero avuto piú la forza di competere con essa.Inaspettatamente, però, nel 1848 l’Inghilterra prese le parti dell’Austria nel conflitto contro i piemontesi. La ragione di questa svolta fu causata dal movimento rivoluzionario che era scoppiato in Francia con la cacciata di Luigi Filippo e la formazione di una repubblica con a capo il nipote di Napoleone, Luigi. Si temeva, infatti, che tale rivoluzione potesse interessare tutta l’Europa com’era successo nel 1789. Palmerston cercò perfino di impedire l’intervento duosiciliano, prospettando al Re Ferdinando II una sicura vittoria dell’Austria e i gravi danni che gli sarebbero derivati da un eventuale ingrandimento del Piemonte. Il governo inglese temeva, com’era in effetti nelle intese della Francia, che questa avrebbe approfittato degli avvenimenti insurrezionali italiani per aumentare la sua influenza in Italia a scapito di quella austriaca. Lo stesso lord Minto fu incaricato di diffidare il governo piemontese dal provocare un intervento francese e, inoltre, fu incaricato di evitare che la Sicilia, a seguito dell’insurrezione che vi era scoppiata, potesse cadere sotto l’influenza francese. L’Inghilterra propose che fosse posto sul trono siciliano il figlio del savoiardo Carlo Alberto in contrapposizione alla Francia che proponeva un principe francese, ma la vittoria dell’Austria sul Piemonte pose fine a questi contrasti che non riguardavano minimamente l’indipendenza della Sicilia, ma solo ed esclusivamente gli interessi mediterranei delle due potenze.Napoleone III, d’altra parte, avendo compreso che il principio delle nazionalità avrebbe alla lunga prevalso, mirò a cambiare l’Europa nata nel 1815 e aveva indirizzata la sua politica contro l’impero austriaco per imporre il proprio predominio sugli altri Stati europei. Tuttavia la sua concezione era impossibile da realizzare perché contraddittoria. Egli, infatti, mentre da una parte voleva rifare l’Europa, dall’altra voleva mantenere il vecchio equilibrio europeo.Nel Regno delle Due Sicilie, primo fra gli altri Stati europei, Ferdinando II, ma con scopi diversi, concesse il 29 gennaio del 1848 la Costituzione, che in rapida successione fu concessa anche dagli altri Stati con l’interessata pressione del governo inglese. I movimenti rivoluzionari che si erano manifestati nelle Due Sicilie, tuttavia, non erano spontanee rivolte popolari come lo erano altrove, ma erano provocate solo da una parte della borghesia d’idee liberali, quella mercantile, ed anche da quella ancora legata a consuetudinari privilegi feudali, che si opponeva alla tradizionale amministrazione duosiciliana in favore delle classi meno abbienti.La concessione della Costituzione, per il sovrano duosiciliano, aveva motivazioni diverse da quelle liberali, perché ben diverse erano le condizioni del popolo. Non vi era nelle Due Sicilie, come invece vi era nell’Italia settentrionale, il dominio di un governo straniero, né l’assolutismo era oppressivo come in Piemonte, ma illuminato e popolare, tanto che in brevissimo tempo aveva portato il Regno ad un’economia di buon livello. Questo successo era avvenuto in modo naturale, senza l’aggressività della rivoluzione industriale inglese che aveva causato milioni di derelitti in Inghilterra e in Francia, ma anzi con un crescente e diffuso benessere, relativamente ai tempi, che, senza l’interruzione dell’invasione piemontese, avrebbe portato correttamente il Regno ai piú alti vertici economici e sociali.Nel regno sardo-piemontese la borghesia, priva di capitali e di mercati piú vasti, amministrata in modo ottuso, desiderando di voler “risorgere” dalle sue misere condizioni, ad imitazione delle fortune coloniali inglesi e francesi, concepí la conquista degli altri, piú ricchi, territori della penisola italiana. Il Regno savoiardo, tuttavia, non aveva le capacità per compiere da sola queste conquiste. La monarchia savoiarda, tra l’altro, si era dimostrata la piú retriva e reazionaria della penisola soffocando nel sangue il piú piccolo tentativo di rivolta. Essa fu spinta, in ogni modo, dalla sua classe politica ad espandersi territorialmente verso la Lombardia e il Veneto, ma gli Austriaci, nonostante disordini interni, sconfissero facilmente nel luglio del 1849 i piemontesi a Custoza.La Russia, intanto, che da qualche tempo cercava di espandere il suo territorio in direzione del Mediterraneo, progettò di annettersi la Valacchia e la Moldavia allo scopo di avere un piú facile accesso nel Mar Nero. Il suo scontro vittorioso contro la Turchia nel 1853 determinò però un altro conflitto, quello cosiddetto di Crimea, che i francesi e gli inglesi, uniti dagli stessi interessi, organizzarono per contrastare l’espansionismo russo. Al conflitto volle partecipare il governo piemontese retto da Cavour, che in tal modo contava di liberare il Piemonte dall’isolamento internazionale e di stringere forti alleanze per non avere ostacoli ai suoi disegni espansionistici. Dopo la guerra di Crimea, al successivo congresso di pace di Parigi del 1856, Francia e Inghilterra, anche se per scopi diversi, affermarono tra l’altro che il governo pontificio, il governo austriaco e quello duosiciliano opprimevano le popolazioni a loro sottomesse. A seguito di questi pronunciamenti Cavour si recò a Londra sperando di ottenere un aiuto armato per una guerra contro l’Austria, ma si rese conto che le dichiarazioni inglesi avevano solo il fine di ottenere un favorevole voto piemontese al Congresso per la questione della Valacchia e della Moldavia. L’Inghilterra, infatti, mai avrebbe permesso un indebolimento dell’Austria che continuava a considerare in funzione antifrancese, anche se si era dimostrato favorevole alla creazione di un piú forte Stato nel nord della penisola italiana.Cavour allora si rivolse alla Francia e si giunse cosí al Convegno di Plombières, dove furono poste le basi delle successive conquiste piemontesi. Nel Convegno fu stabilito che, a seguito dell’intervento francese, si sarebbe creato un regno dell’Alta Italia sotto i Savoia; Luciano Murat sarebbe stato posto a Napoli e Gerolamo Bonaparte a Firenze, costituendo con questo nuovo assetto della penisola una confederazione italiana sotto la presidenza del Papa, che avrebbe però avuto un ridimensionamento del proprio territorio. Il Piemonte, non avendo risorse economiche per sostenere una guerra, si obbligò di vendere alla Francia i suoi possedimenti di Nizza e Savoia, ed era in procinto di vendere anche la Sardegna se non fosse stato fermato dall’Inghilterra che temeva la formazione di una supremazia della Francia nel bacino mediterraneo.L’Inghilterra appena seppe di questo piano, diffidò immediatamente Napoleone III e Cavour, chiedendo anche alla Prussia di intervenire militarmente per evitare una guerra contro l’Austria. Il conflitto, tuttavia, scoppiò ugualmente a causa dell’ingenuità del governo austriaco che inviò un ultimatum al Piemonte, il quale per questo fu considerato uno Stato aggredito, fatto che causò, com’era nei patti, l’intervento francese. Durante il conflitto Cavour, noncurante degli accordi di Plombières, attivò numerose rivolte in Toscana, nei ducati di Parma e di Modena, e nelle Legazioni delle Romagne per poterle annettere al Piemonte e fu anche per questo motivo che Napoleone III si affrettò a firmare un armistizio con gli Austriaci a Villafranca, oltre a quello piú pressante della minaccia alle sue frontiere di un intervento prussiano.In seguito l’Inghilterra ritenne piú confacente ai suoi interessi una modifica radicale dell’assetto politico della penisola italiana. Determinante fu innanzitutto la progettata apertura del canale di Suez, fatto che rendeva indispensabile avere il dominio del Mediterraneo, e poi i contemporanei accordi commerciali tra le Due Sicilie e l’impero russo, che aveva iniziato a far navigare la sua flotta nel Mediterraneo, avendo come base d’appoggio proprio i porti delle Due Sicilie. L’Inghilterra, tra l’altro, aveva considerato che la creazione di un unico Stato nella penisola italiana potesse fare da contrappeso alla Francia nel Mediterraneo e avrebbe eliminato o ridotto fortemente l’influenza cattolica in Europa.Non vanno sottovalutati anche altre vicende che determinarono un cambiamento della politica inglese nei confronti delle Due Sicilie: innanzitutto l’abolizione di fatto della Costituzione concessa nel 1848 e la mancata partecipazione delle Due Sicilie alla Lega Doganale da parte di Ferdinando II. Tale situazione contrastava fortemente gli interessi commerciali inglesi che traevano buoni profitti dai traffici con gli Stati che avevano adottato una politica di libero scambio. Per questi motivi l’Inghilterra decise di favorire la conquista degli altri Stati della penisola italiana da parte del Piemonte, che, non avendo nulla da perdere in campo economico, aveva già una politica di libero scambio.L’Austria non poté intervenire a causa delle sue lotte interne, mentre la Russia era troppo distante dal teatro degli avvenimenti. La Francia cercò di impedire il movimento annessionistico del Piemonte, ma la successiva formazione di una intesa tra Austria, Prussia e Russia non le consentí di opporsi all’Inghilterra per non correre il rischio di rimanere politicamente isolata. Napoleone III si limitò a mantenere le sue truppe nello Stato pontificio con lo scopo dichiarato di proteggere il Papa, ma in realtà per tenere il nuovo Stato italiano sotto tutela francese. La circostanza catalizzatrice dell’annessione fu, senza dubbio, l’alleanza sotterranea tra la borghesia piemontese e di una parte di quella delle Due Sicilie, quella soprattutto liberale. Una gran parte della borghesia duosiciliana, infatti, restò legittimista e forní non pochi aiuti alla resistenza subito formatasi dopo l’invasione delle truppe piemontesi. Gli obiettivi di quella piemontese erano quelli di impossessarsi di nuovi territori con le loro ricchezze e di sfruttare quest’ampliamento con l’opportunità di piú vasti traffici e appalti, mentre gli scopi di quella duosiciliana, che era soprattutto una borghesia legata alla terra, erano quelli di sottrarsi alla tradizionale amministrazione dei Borbone e di impossessarsi delle vaste terre demaniali che erano concesse gratuitamente in uso civico ai contadini. Conclusi tali accordi, che minarono dall’interno lo stesso governo delle Due Sicilie, l’azione di Garibaldi, enormemente aiutato dagli inglesi (sbarcarono anche truppe indiane in Sicilia), fu una facile passeggiata fino a Napoli, sebbene costellata da numerosi episodi di violenza, di stragi e di ruberie. Colpevole fu, infine, anche la dirigenza militare duosiciliana, quella che non tradí, che non aveva capito che nella guerra portata dai piemontesi non esisteva piú la moralità, la cavalleria ed il rispetto del diritto di un tempo. L’invasione piemontese fu attuata, infatti, con una guerra totale che non rispettò nulla e nessuno.&lt;br /&gt;SITUAZIONE DELLE DUE SICILIE NEL 1860&lt;br /&gt;Facevano parte del Regno, per il territorio continentale, la parte meridionale del Lazio, le province di Gaeta e Sora (che durante il periodo fascista furono assegnate al Lazio per dare piú territori alla nuova provincia di Littoria, oggi Latina), l’area della capitale Napoli, Terra di lavoro, Principato citeriore, Basilicata, Principato ulteriore, Capitanata, Terra di Bari, Terra d‘Otranto, Calabria citeriore, 2ª Calabria ulteriore, 1ª Calabria ulteriore, Molise, Abruzzo citeriore, 2° Abruzzo ulteriore, 1° Abruzzo ulteriore; la Sicilia, che era suddivisa nelle province di Val di Mazara, Val Demone e Val di Noto.Il Regno delle Due Sicilie, all’atto dell’invasione piemontese, nel confronto con gli altri Stati europei era considerato per la sua ricchezza, per la sua cultura e per le sue condizioni sociali tra i primi Stati dell’Europa. Ancora oggi, tuttavia, si continua ad affermare che lo Stato delle Due Sicilie era economicamente arretrato rispetto all’area lombardo - piemontese. Questo non era possibile per una sola considerazione: gli Stati preunitari e, per certi versi, ancora feudali del Nord, erano troppo piccoli perché potessero dare vita ad uno sviluppo industriale consistente, non solo perché non avevano capitali, ma anche perché non avevano un mercato di dimensioni considerevoli come lo era quello del Regno delle Due Sicilie, il quale, inoltre, aveva un’ottima flotta mercantile che gli permetteva di avere rapporti commerciali con tutto il mondo.In Piemonte il sistema sociale ed economico era ben povera cosa. Vi erano solo alcune Casse di risparmio e le istituzioni piú attive erano i Monti di Pietà. Insomma esistevano solo delle piccole banche e banchieri privati, generalmente d’origine straniera, che assicuravano il cambio delle monete al ridotto mercato piemontese. In Lombardia non c’era alcuna banca d’emissione e le attività commerciali riuscivano ad andare avanti solo perché operava la banca austriaca. Tutto questo già da solo dovrebbe rendere evidente che prima dell’invasione delle Due Sicilie, nell’Italia settentrionale non vi potevano essere vere industrie, né vi poteva essere un grande commercio, né che i suoi abitanti erano ricchi ed evoluti, come afferma la storiografia ufficiale. Valga ad esempio il fatto che le locomotive della prima linea ferroviaria del Piemonte furono acquistate nelle Due Sicilie dalle officine di Pietrarsa a Napoli.Nell’Italia settentrionale i primi ad avere una vera banca furono i genovesi con la Banca di Genova, fondata per sconti, depositi e conti correnti da alcuni commercianti. Questo avvenne soltanto nel 1844. Poi tre anni dopo (vale a dire appena 13 anni prima dell‘invasione) si costituí la Banca di Torino, che nel 1849 si fuse con la Banca di Genova, originando la Banca Nazionale degli Stati Sardi (ma di proprietà privata). Cavour, che aveva interessi personali in quella banca, impose al parlamento savoiardo di affidare a tale istituzione compiti di tesoreria dello Stato. Si ebbe, quindi, una banca privata che emetteva e gestiva denaro dello Stato.A quei tempi l’emissione di carta moneta era fatta solo dal Piemonte, mentre al contrario l’antichissimo Banco delle Due Sicilie emetteva monete d’oro e d’argento, e in piú, per velocizzare la circolazione monetaria, fedi di credito e polizze notate, le quali corrispondevano ad altrettanta quantità d’oro depositato nel Banco (la quantità di denaro circolante nel Regno delle Due Sicilie assommava a circa 443 milioni di lire dell’epoca). Un sistema che, per alcune norme, possiamo certamente paragonare alle carte di credito di oggi. La carta moneta del Piemonte si basava anch’essa su una riserva d’oro (il circolante nel regno sardo assommava a circa 20 milioni di lire), ma il rapporto era di 3 a 1, in altre parole tre lire di carta valevano una lira d’oro e questo significava la quasi inesistenza di capitali utili per finanziare imprese e commerci. Tuttavia, per le continue guerre che i savoiardi facevano, anche quel simulacro di convertibilità in oro non era mai rispettato, sicché ancor prima del 1861 la carta moneta piemontese non rappresentava nemmeno piú il suo valore nominale a causa dell‘emissione incontrollata che se ne fece.Il Reame aveva due amministrazioni: quella delle province napolitane che comprendeva tutte le regioni continentali dagli Abruzzi alle Calabrie e quella siciliana. L’amministrazione dello Stato, divenuta piuttosto farraginosa dopo i cambiamenti apportati dall’occupazione francese (nel periodo dal 1799 al 1815), era in via di trasformazione, ma in sostanza era efficiente e funzionale. La giustizia era proprio borbonica, in pratica era la migliore in assoluto in Italia, ed i suoi codici erano di riferimento per tutta la legislazione della penisola italiana e dell’Europa. Negli affari interni, inoltre, la legislazione era molto tollerante nei confronti delle altre religioni e nei confronti degli stranieri residenti.Nel 1860 la popolazione del Regno delle Due Sicilie era poco piú di 9 milioni di abitanti, di cui la parte attiva era un po’ meno del 48%. Il Regno in quell’anno poteva sicuramente essere considerato in campo economico al terzo posto in Europa. Questo era stato il risultato di previdenti leggi che avevano regolato le importazioni e le esportazioni proprio con lo scopo di favorire la nascita dell’industria, dosando opportunamente i dazi doganali e le misure fiscali. L’industria tessile (seta, cotone e lana) e quella metalmeccanica erano già dal 1818 i due principali settori trainanti dell’economia duosiciliana, tanto che portarono anche numerosi stranieri ad investire nel Regno.La politica industriale era stata insomma lungimirante e coerente, anticipando di un secolo in Italia, la formula dell’iniziativa pubblica nell’industria, senza peraltro avvantaggiare le industrie statali che erano sempre in concorrenza con le iniziative private. Lo sviluppo industriale del Regno di Napoli, vale a dire il trasferimento di risorse dal settore agricolo al settore industriale, non avvenne, infatti, per opera di privati come negli altri Stati (grossi proprietari terrieri, come in Inghilterra, o Banche, come in Germania), ma per diretto intervento dello Stato, che tuttavia fu anche coadiuvato da imprenditori privati con capitali agrari, commerciali, bancari e di paesi esteri già sviluppati.Per quanto riguarda il territorio continentale, gli addetti alle grandi industrie, escludendo in pratica tutte le attività meramente artigianali o in ogni caso non impieganti meno di 5 addetti, erano 210.000 in quasi 5.000 opifici e costituivano circa il 7% della popolazione attiva. Il capitale investito nella sola industria si può valutare intorno ai cento milioni di ducati e dava utili che raggiungevano in numerosi casi il 15 o 20 %, con una media dell’8% circa.Il reddito medio pro-capite era poco piú superiore a quello medio italiano, per un totale di 275 milioni di ducati l’anno. Per quanto riguarda la vita economica bisogna dire che i prezzi erano molto stabili ed il Governo era sempre attento a garantire sia un’attività produttiva redditizia, sia paghe adeguate all’insieme sociale ed economico.Il settore agricolo, aumentata del 120% la sua produttività negli ultimi 40 anni, dava un’eccedenza di risorse alimentari che erano cosí disponibili sia per la manodopera dell’industria, sia per l’aumento della popolazione.Il Regno aveva dunque una forte economia, una stabile e solida moneta e una veramente ottima flotta navale mercantile e militare. La Marina Mercantile duosiciliana, la terza in Europa con oltre 9.800 bastimenti, aveva avuto un forte sviluppo perché aveva dovuto soddisfare le crescenti esigenze dei trasporti commerciali, che dai registri doganali dell’epoca erano valutati per circa 500.000.000 di ducati tra import ed export. Nel Regno esistevano allora circa quaranta cantieri navali di una certa rilevanza, ove erano varati in media circa 50 navigli l’anno.In questo quadro è necessario anche illustrare, sia pure brevemente, la situazione delle varie regioni, iniziando con la CALABRIA, che è veramente un esempio significativo. Prima dell’unità d’Italia era la piú ricca regione d’Italia, ora è la piú povera d’Europa. In Calabria lo sviluppo delle industrie iniziò con lo sfruttamento delle miniere di ferro e di grafite che vi erano state rinvenute. Per questo fu fondato il Real Stabilimento di Mongiana, dove su un’area coperta di 12.000 metri quadri, furono costituiti una fonderia e un grandioso stabilimento siderurgico, potenziato con due altiforni per la ghisa, due forni Wilkinson e sei raffinerie. Accanto vi era anche una fabbrica d’armi su un’area coperta di circa 4.000 metri quadri. La produzione della ghisa e del ferro era di eccellente qualità e da essi si ricavavano trafilati, laminati e acciai da cementazione. Alla fine del Regno la Calabria era, insomma, fortemente industrializzata e negli stabilimenti di Mongiana, di Pazzano, di Fuscaldo, di Cardinale e di Bigonci vi lavoravano circa 2.500 operai, numero veramente notevole per quell’epoca. Altre attività importanti in Calabria, per antica tradizione, oltre alla notevole produzione agricola, erano quelle tessili, in cui essa primeggiava per la produzione della seta, gli arsenali ed i numerosi cantieri navali. I calabresi impiegati nelle sole industrie erano allora poco piú di 31.000.Nelle PUGLIE ed in BASILICATA vi erano importantissimi opifici di lana, di cotone e del lino, la cui produzione era esportata in tutto il mondo. Vi erano anche molte centinaia filande quasi tutte motorizzate. Molto importanti erano anche le fabbriche di presse olearie e di macchine agricole prodotte negli stabilimenti di Foggia e di Bari. Di notevole peso sul piano economico erano le ottime aziende agricole e chimiche, le numerosissime flottiglie per la pesca ed i cantieri navali. A Barletta vi era un’efficientissima salina che riforniva tutta l’Europa. Centro di riferimento, per tutto il Regno, era l’attivissima Borsa di Commercio di Bari.Negli ABRUZZI e nel MOLISE, era eccellente e notissima la produzione d’utensili, di lame di acciaio, rasoi e forbici, fabbricati a mano e molto richiesti all’estero per la loro bellezza e funzionalità. Vi erano anche numerosi opifici tessili e per la produzione della carta. Notevoli, infine, erano gli allevamenti pregiati di bovini e caprini che consentivano una eccellente produzione casearia.La CAMPANIA del 1860 era la regione piú industrializzata d’Europa, particolarmente l’area napoletana, lungo l’asse Caserta - Salerno. In essa vi erano sia il grandioso Opificio di Pietrarsa dove si producevano motori a vapore, locomotive, carrozze ferroviarie e binari, sia i famosi cantieri navali tra i migliori d’Europa, come quello di Castellammare di Stabia, fabbriche d’armi e di utensileria, aziende chimiche - farmaceutiche e per la produzione della carta, del vetro, concia e pelli, alimentari, ceramiche e materiali per edilizia. Importante in tutto il mondo era la produzione della seta di S. Leucio (Caserta). Numerose anche le fabbriche di strumenti tecnici, orologi, bilance, e insomma tutta una miriade di fabbriche minori, nei piú svariati campi di attività, diffuse geograficamente in tutto il territorio. Da ricordare, naturalmente, i numerosi e diversi prodotti dell’agricoltura, allora famosi in tutto il mondo. In SICILIA, infine, l‘economia si basava, oltre che sulla pesca, sui cantieri navali e su ottime industrie meccaniche, sull’esportazione di zolfo, olio d’oliva, agrumi, sale marino e vino. Le principali correnti di traffico erano dirette verso l’Inghilterra (del 40%), verso gli Stati Uniti (con un terzo della produzione d’agrumi) e verso gli altri paesi europei. La Sicilia per questi suoi commerci aveva costantemente un saldo attivo.&lt;br /&gt;LE PIÚ IMPORTANTI REALIZZAZIONI&lt;br /&gt;Lo Stato delle Due Sicilie fu il primo al mondo a far navigare una nave a vapore in mare: Il battello, con caldaia inglese, era il Ferdinando I che fu varato il 24 giugno 1818. In Inghilterra il primo battello a vapore fu varato nel 1822: il rimorchiatore Monkey.Da ricordare anche la prima costruzione al mondo dei ponti in ferro ad impalcato sospeso, il “Ferdinandeo”, che fu completato nell’aprile del 1832 sul Garigliano, e quello sul Calore, il “Cristino”, inaugurato il 5 aprile del 1835.Il 4 ottobre 1839 fu inaugurata la prima ferrovia italiana con il tratto Napoli - Portici, di circa 9 km e, prima dell’invasione piemontese, erano già quasi completate tutte le opere (ponti e gallerie) di una rete ferroviaria che avrebbe collegato la capitale alle cittadine del versante adriatico, fino a Brindisi, e di quello tirrenico, fino a Reggio Calabria. Contemporaneamente erano già state progettate e in fase d’appalto per la Sicilia le linee ferroviarie che avrebbero collegato Palermo con Catania, Messina e Girgenti.Nel 1840 fu inaugurato il grandioso complesso industriale del “Reale Opificio di Pietrarsa” con oltre mille addetti, all’epoca il primo e l’unico della penisola italiana. L’Opificio ebbe vasta risonanza in Europa e fu visitato dallo zar Nicola I che lo prese ad esempio per la costruzione del complesso ferroviario di Kronstadt. Per fare un paragone il complesso simile della Breda ebbe la possibilità di nascere 44 anni piú tardi, ma solo dopo il saccheggio e la distruzione di quello di Pietrarsa. Sorsero in tutto il Regno anche diverse e numerose scuole di “Arti e mestieri” per la formazione tecnica del personale. In quell’anno Napoli, dopo Londra e Parigi, fu la terza capitale in Europa ad avere le strade illuminate con 350 lampade a gas.Rilevantissime furono le colossali opere di bonifica, delle paludi Sipontine (Manfredonia), di quelle di Brindisi, del bacino inferiore del Volturno e dei Regi Lagni, che resero fertili tutte quelle terre, distribuite poi gratuitamente al popolo.Nelle Due Sicilie le scoperte scientifiche trovavano subito applicazione. Nel 1841 fu installato a Nisida il primo faro lenticolare a luce costante. Tali fari furono installati negli anni successivi su tutte le coste del regno. A Napoli, il 28 settembre 1844, costruita sulle falde del Vesuvio, fu inaugurata la prima struttura scientifica nel mondo per lo studio dei fenomeni vulcanici, l’Osservatorio Meteorologico Vesuviano, dove fu realizzato dopo qualche anno il primo sismografo del mondo. Napoli, nel giugno del 1852, fu la prima città d’Italia ad organizzare un esperimento d’illuminazione elettrica. L’esperimento fu abbastanza importante per l’epoca, tenuto conto che la lampada di Edison fece la sua comparsa solo nel 1877 e che la prima lampada a filamento fu realizzata due anni dopo.Nel marzo del 1855 Napoli fu collegata attraverso una linea telegrafica con Roma, Parigi e Londra.Certamente sono da evidenziare i numerosi successi nel campo navale. Nell’arsenale di Castellammare di Stabia fu varata il 24 ottobre 1843 la prima nave da guerra a vapore, la pirofregata a ruote Ercole, progettata e costruita interamente nel Regno. Da ricordare che le navi da guerra napoletane furono le prime ad entrare nei porti statunitensi e nelle Americhe del Sud, dove venivano anche fatte le crociere con gli allievi dell’Armata di Mare. Nel maggio del 1847 fu impiegata, per la prima volta in Italia, una nave a propulsione ad elica, la Giglio delle Onde. Il 14 novembre, si ebbe il varo della pirofregata a ruote Ettore Fieramosca che era la prima nave progettata e fornita con macchina a vapore costruita interamente nella penisola italiana dal Real Opificio di Pietrarsa. Lo stesso anno fu inaugurato il nuovo bacino di raddobbo in muratura (bacino di carenaggio) nell’Arsenale di Napoli, il primo del genere ad essere realizzato in Italia. Il 18 gennaio 1860 fu varata a Castellammare di Stabia la nuova fregata ad elica Borbone di 3.444 tonnellate, che era la prima nave militare ad elica della flotta duosiciliana ed era anche la piú potente.È indicativo, a questo punto, fare una semplice riflessione e cioè che se nelle Due Sicilie erano state realizzate tante importanti opere, che avevano posto il Regno ai vertici degli Stati piú progrediti del mondo, queste smentiscono con i fatti le affermazioni di arretratezza delle Due Sicilie. Se cosí non fosse, perché queste opere non erano state realizzate prima dal Piemonte o dagli altri Stati preunitari? La complessità di queste opere, infatti, presuppone la presenza di scuole di alto livello, di valenti tecnici, di grandi industrie e di una sana economia e finanza, quindi se ne deve dedurre che tutti questi fattori evidentemente non esistevano, o almeno non in tale misura, negli altri Stati preunitari. Tanto per fare un esempio, come prova di questa situazione di arretratezza del Nord, a Milano la prima università, il Politecnico, fu fondata solo nel 1863 ed il primo ingegnere si laureò nel 1870.&lt;br /&gt;LE VICENDE GARIBALDINE E L’INVASIONE PIEMONTESE&lt;br /&gt;GARIBALDI era alto appena 1,65 metri ed aveva le gambe arcuate. Era pieno di reumatismi e per salire a cavallo occorreva che due persone lo sollevassero. Portava i capelli lunghi perché, avendo violentato una ragazza, questa gli aveva staccato un orecchio con un morso. Era un avventuriero che nel 1835 si era rifugiato in Brasile, dove all’epoca emigravano i piemontesi che in patria non avevano di che vivere. Fra i 28 e i 40 anni visse come un corsaro assaltando navi spagnole nel mare del Rio Grande do Sul al servizio degli inglesi, che miravano ad accaparrarsi il commercio in quelle aree, e per circa sei mesi trasportò schiavi cinesi nel Perú. In Sud America non è mai stato considerato un eroe, ma un delinquente della peggior specie. Per la spedizione dei mille fu finanziato dagli Inglesi con denaro rapinato ai turchi durante la guerra di Crimea, equivalente oggi a molti milioni di euro. In una lettera, Vittorio Emanuele II ebbe a lamentarsi con Cavour circa le ruberie del nizzardo, proprio dopo “l’incontro di Teano”: «... come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene - siatene certo - questo personaggio non è affatto docile né cosí onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa».SBARCO DI MARSALA: fu di proposito “visto” in ritardo dalla marina duosiciliana, i cui capi erano già passati ai piemontesi, e fu protetto dalla flotta inglese, che con le sue evoluzioni impedí ogni eventuale azione offensiva. Con i famosi “mille”, che lo stesso Garibaldi il giorno 5 dicembre 1861 a Torino definí “Tutti generalmente di origine pessima e per lo piú ladra ; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto”, sbarcarono in Sicilia anche francesi, svizzeri, inglesi, indiani, polacchi, russi e soprattutto ungheresi, tanto che fu costituita una legione ungherese utilizzata per le repressioni piú feroci. Al seguito di questa vera e propria feccia umana, sbarcarono altri 22.000 soldati piemontesi di proposito dichiarati dal governo savoiardo “congedati o disertori”.CALATAFIMI: contrariamente a quanto è detto nei libri di storia, Garibaldi fu messo in fuga il giorno 15 maggio dal maggiore Sforza, comandante dell’8° cacciatori, con sole quattro compagnie. Mentre inseguiva le orde del Garibaldi, lo Sforza ricevette dal generale Landi l’ordine incomprensibile di ritirarsi. Il comportamento del Landi fu comprensibilissimo quando si scoprí che aveva ricevuto dagli emissari garibaldini una fede di credito di quattordicimila ducati come prezzo del suo tradimento. Landi, qualche mese piú tardi, morí di un colpo apoplettico quando si accorse che la fede di credito era falsa: aveva, infatti, un valore di soli 14 ducati.PALERMO: Garibaldi, il 27 maggio, si rifugiò in Palermo in pratica indisturbato dai 16.000 soldati duosiciliani che il generale Lanza aveva dato ordine di tenere chiuse nelle fortezze. Il filibustiere cosí poté saccheggiare al Banco delle Due Sicilie cinque milioni di ducati ed installarsi nel Palazzo Pretorio, designandolo a suo quartier generale. In Palermo i garibaldini si abbandonarono a violenze e saccheggi d’ogni genere. A tarda sera del 28 arrivarono, però, le fedeli truppe duosiciliane comandate dal generale svizzero Von Meckel. Queste truppe, che erano quelle trattenute dal generale Landi, dopo essersi organizzate, all’alba del 30 attaccarono i garibaldini, sfondando con i cannoni Porta di Termini ed eliminando via via tutte le barricate che incontravano. L’irruenza del comandante svizzero fu tale che arrivò rapidamente alla piazza della Fieravecchia. Nel mentre si accingeva ad assaltare anche il quartiere S. Anna, vicino al palazzo di Garibaldi, che in pratica non aveva piú vie di scampo, arrivarono i capitani di Stato Maggiore Michele Bellucci e Domenico Nicoletti con l’ordine del Lanza di sospendere i combattimenti perché ... era stato fatto un armistizio, che in realtà non era mai stato chiesto.Il giorno 8 giugno tutte le truppe duosiciliane, composte di oltre 24.000 uomini, lasciarono Palermo per imbarcarsi, tra lo stupore e la paura della popolazione che non riusciva a capire come un esercito cosí numeroso si fosse potuto arrendere senza quasi neanche avere combattuto. La rabbia dei soldati la interpretò un caporale dell’8° di linea che, al passaggio del Lanza a cavallo, uscí dalle file e gli gridò “Eccellé, o’ vvi quante simme. E ce n’avimma’í accussí ? (Eccellenza, lo vedi quanti ne siamo, e dobbiamo andarcene cosí?)”. Ed il Lanza gli rispose : “Va via, ubriaco”. Lanza, appena giunse a Napoli, fu confinato ad Ischia per essere processato. I garibaldini nella loro avanzata in Sicilia compirono atroci delitti. Esemplare e notissimo è quello di Bronte, dove “l’eroe” Nino Bixio fece fucilare quasi un centinaio di contadini che, proprio in nome del Garibaldi, avevano osato occupare alcune terre di proprietà inglese.MILAZZO: Il giorno 20 luglio vi fu una cruenta battaglia a Milazzo, dove 2000 dei nostri valorosissimi soldati, condotti dal colonnello Bosco, sbaragliarono circa 10.000 garibaldini. Lo stesso Garibaldi accerchiato dagli ussari duosiciliani rischiò di morire. La battaglia terminò per il mancato invio dei rinforzi da parte del generale Clary e i nostri furono costretti a ritirarsi nel forte per il numero preponderante degli assalitori. Nello scontro i soldati duosiciliani, ebbero solo 120 caduti, mentre i garibaldini ne ebbero 780. Eroici, e da ricordare, furono i valorosi comportamenti del Tenente d’artiglieria Gabriele, del Tenente dei cacciatori a cavallo Faraone e del Capitano Giuliano, che morí durante un assalto.Episodi di tradimento si ebbero anche in Calabria, dove nel paese di Filetto lo sdegno dei soldati arrivò tanto al colmo che alcuni di essi fucilarono il generale Briganti, che il giorno prima, senza nemmeno combattere, aveva dato ordine alle sue truppe di ritirarsi.NAPOLI: Il giorno 9 settembre arrivarono a Napoli i garibaldini. Mai si vide uno spettacolo piú disgustoso. Quell’accozzaglia era formata da gente sudicia, famelica e di razze diverse. Occuparono all’inizio Pizzofalcone, poi nei giorni seguenti si sparsero per la città, tutto depredando, saccheggiando ogni casa. Furono violentate le donne e assassinato chi si opponeva. Furono lordati i monumenti, violati i monasteri, profanate le chiese. Il giorno 11 Garibaldi con un decreto abolí l’ordine dei Gesuiti e ne fece confiscare tutti i beni. Furono incarcerati tutti quei nobili, sacerdoti, civili e militari che non volevano aderire al Piemonte, mentre furono liberati tutti i delinquenti comuni. Il Palazzo Reale fu spogliato di tutto quanto conteneva. Gli arredi e gli oggetti piú preziosi furono inviati a Torino nella Reggia dei Savoia. Il filibustiere con un decreto confiscò il capitale personale e tutti beni privati del Re dal Banco delle Due Sicilie, che fu rapinato di tutti i suoi depositi. Napoli in tutta la sua storia non ebbe mai a subire un cosí grande oltraggio, eppure nessun libro di storia “patria” ne ha mai minimamente accennato.CAPUA, VOLTURNO, GARIGLIANO, GAETA: eliminati i generali traditori, i soldati duosiciliani dimostrarono il loro valore in numerosi episodi. La vittoriosa battaglia sul Volturno non fu sfruttata solo per l’inesperienza dei nostri comandanti militari. In seguito, la vile aggressione piemontese alle spalle costrinse il nostro esercito alla ritirata nella fortezza di Gaeta, dove il giovane Re Francesco II e la Regina Maria Sofia, di soli 19 anni, diventata poi famosa con l’appellativo di “eroina di Gaeta“, si coprirono di gloria in una resistenza durata circa 6 mesi. Gaeta non poté mai essere espugnata dai piemontesi, ma solo bombardata. Con la resa di Gaeta (13.2.61), di Messina (14 marzo) e di Civitella del Tronto (20 marzo), il Regno delle Due Sicilie cessò di esistere. I Piemontesi non rispettarono i patti di capitolazione e i soldati duosiciliani in parte furono fucilati, altri furono deportati in campi di concentramento in Piemonte, Liguria e Lombardia. Di questi soldati, morti per la loro Patria, oggi non c’è nemmeno un segno che li ricordi e non meritavano l’oblio e la derisione cui li ha condannati la “leggenda” risorgimentale.PLEBISCITO: Il giorno 21 ottobre 1860 vi fu a Napoli, e in tutte le province del Regno, la farsa del Plebiscito. A Napoli, davanti al porticato della Chiesa di S. Francesco di Paola, proprio di fronte al Palazzo Reale, erano state poste, su di un palco alla vista di tutti, due urne: una per il SÍ ed una per il NO. Si votava davanti ad una schiera minacciosa di garibaldini, guardie nazionali e soldati piemontesi. Il giorno prima erano stati affissi sui muri dei cartelli sui quali era dichiarato “Nemico della Patria” chi si astenesse o votasse per il NO. Votarono per primi i camorristi, poi i garibaldini, che erano per la maggior parte stranieri, e i soldati piemontesi. Qualcuno dei civili che aveva tentato di votare per il NO, fu bastonato, qualche altro, come a Montecalvario, fu assassinato. Poiché non erano registrati quelli che votavano per il SÍ, la maggior parte andò a votare in tutti e dodici comizi elettorali costituiti in Napoli. Allo stesso modo si procedette in tutto il Regno, dove si votò solo nei centri presidiati dai militari con ogni genere di violenze ed assassini.LA RESISTENZA DUOSICILIANA: Proprio con la farsa dei plebisciti scoppiarono con grande violenza contro gli invasori garibaldini e piemontesi le prime rivolte, che si propagarono a macchia d’olio in tutto il Sud. Fu una vera e propria guerra di resistenza che durò piú di dieci anni, durante i quali le truppe piemontesi compirono tanti delitti e tali distruzioni che non si erano mai visti in alcun’altra guerra. Le forze militari impegnate dai piemontesi furono di circa 120.000 uomini, ai quali vanno aggiunti 90.000 militi della collaborazionista guardia nazionale. Queste forze, verso il 1865, comprendevano circa 550.000 uomini, quanto gli Americani nel Vietnam.Dopo la resa di Gaeta intere zone della Lucania, della Calabria, delle Puglie e degli Abruzzi si erano liberate dei presidi piemontesi ed avevano innalzato i vessilli duosiciliani. I piemontesi nel ritirarsi compirono molte rappresaglie su civili inermi. Nell’aprile del 1861 si formarono i primi grossi gruppi di resistenza comandati da Carmine Crocco, detto Donatello, Nicola Summa, detto Ninco Nanco, Domenico Romano, detto il sergente Romano, che liberarono centinaia di paesi. La reazione piemontese fu pronta. Per ordine del generale Cialdini interi paesi furono distrutti a cannonate e chi si opponeva in qualsiasi modo all’occupazione era fucilato immediatamente. Indicativo quanto avvenne il 14 agosto del 1861 a Pontelandolfo e Casalduni, ove allo scopo di terrorizzare le altre popolazioni vi furono saccheggi, violenze, stupri e le case furono bruciate e completamente rase al suolo. Vi furono oltre un migliaio di morti. Alcuni furono trucidati nel modo piú barbaro, con le teste mozzate poi esposte agli ingressi dei paesi come monito. I generali piemontesi, come Cialdini e tanti altri, furono dei veri e propri criminali di guerra, ma lo Stato “italiano” ancora oggi li venera come “eroi”.Dai dati ufficiali piemontesi, non attendibili, nel solo 1862 i paesi rasi al suolo furono 37, i fucilati furono 15.665, i morti in combattimento circa 20.000, incarcerati per motivi politici 47.700, le persone senza tetto circa 40.000. Ma nonostante l’impari lotta di un popolo male armato e scoordinato, costretto ad una vita difficilissima nelle valli e tra i monti, la guerriglia diventò sempre piú fiera, tanto che nel 1863 il Savoia valutò la possibilità di abbandonare i territori conquistati, ma poi il suo governo emanò la tragica legge Pica che autorizzava fucilazioni immediate senza alcun processo e la repressione continuò piú ferocemente. I numerosi gruppi della resistenza duosiciliana con velocissime incursioni attaccavano ovunque i rifornimenti militari, le colonne militari, distruggendo i collegamenti telegrafici e postali. Ma era una guerra impari e destinata all’insuccesso perché senza alcun aiuto esterno sia politico che militare. Nel frattempo tutti i macchinari industriali utili erano stati trasferiti al Nord, il resto fu distrutto per determinazione e per cause belliche. L’Ansaldo di Genova, ad esempio, che era una piccola officina, si sviluppò con i macchinari prelevati dallo Stabilimento di Pietrarsa. Nel 1862 i maggiori opifici tessili cessarono la produzione e cosí le cartiere, le ferriere della Calabria, le concerie. Alle ditte lombardo-piemontesi furono assegnati, per pura speculazione, lavori pubblici nelle province duosiciliane. La solida moneta duosiciliana d’argento e d’oro fu sostituita da quella cartacea piemontese. L’economia meridionale ebbe cosí un crollo verticale e la disoccupazione si aggiunse al dramma della guerriglia.Nel 1863 il debito pubblico piemontese fu unificato con quello di tutto il resto d’Italia. Il Sud “liberato” ne sopportò tutte le spese. Da quell’anno incominciò l’emigrazione, che in pochi anni diventò una vera e propria diaspora.Nel 1864 furono espropriati e venduti tutti i beni ecclesiastici e demaniali del Sud, il cui ricavato fu usato per il rilancio dell’agricoltura della Valle Padana. È di quell’anno lo scandalo delle speculazioni Bastogi nella costruzione delle ferrovie meridionali. Intanto in Sicilia, per catturare i renitenti alla leva, interi paesi erano circondati e privati dell’acqua potabile. I renitenti trovati, oppure i loro parenti, erano fucilati come esempio. Interi boschi, di estese dimensioni, furono bruciati perché i “briganti” non avessero piú la possibilità di rifugiarvisi.Nel 1865 fallirono quasi tutte le fabbriche meridionali, perché senza piú commesse. In quell’anno il carico fiscale fu aumentato dell’87%, ma il denaro cosí drenato fu tutto speso al Nord. Soprattutto quello tratto dall’agricoltura meridionale che finanziò le nascenti imprese industriali del Piemonte e della Lombardia.Nel 1866 anche in Sicilia si ebbero delle gravissime sommosse. Palermo scacciò i piemontesi, ma fu ripresa a seguito di un feroce attacco da parte di migliaia di soldati savoiardi sbarcati con numerose navi da guerra. Oltre ai duemila morti causati dalle cannonate in un solo giorno, si ebbero poi in tutta la Sicilia, nel giro di circa una settimana, 65.000 morti per il colera causato dalle devastazioni delle truppe piemontesi. Diventarono sistematiche la pratica della tortura e le ritorsioni sulla popolazione inerme, con stragi d’interi villaggi e la distruzione dei raccolti per affamare i paesi dove era piú forte la resistenza legittimista.La guerra di repressione, che dopo 10 anni determinò la definitiva conquista piemontese, costò al Regno delle Due Sicilie circa un milione di morti, 54 paesi rasi al suolo, 500.000 prigionieri politici, l’intera economia distrutta e la diaspora di molte generazioni. Il Piemonte ebbe il doppio dei morti che aveva avuto in tutte le sue sedicenti guerre d’indipendenza.&lt;br /&gt;LE CONSEGUENZE DELL’INVASIONE PIEMONTESE&lt;br /&gt;La storia piú che millenaria delle Due Sicilie, fatta da immense glorie e da immani tragedie, prima dell’occupazione piemontese, era stata la storia di un popolo che non aveva mai perso, nel bene e nel male, la propria identità nazionale. È stata, dunque, questa perdita, causata dalla forzata unificazione con gli altri popoli della penisola, mai subita prima di allora con le precedenti invasioni, nemmeno sotto la lunghissima dominazione romana, il piú grave danno inferto al Popolo Duosiciliano. Neanche Napoleone, che aveva messo a soqquadro tutta l’Europa, aveva mai pensato di unire il Regno delle Due Sicilie al resto della penisola italiana, ben conoscendo la storica diversità del mediterraneo popolo duosiciliano.L’invasione piemontese nel 1860 del pacifico Stato delle Due Sicilie fu ben piú di una semplice sconfitta militare e si può affermare che essa ha tanto inciso sulla nostra vita sociale ed economica che ancora oggi viviamo nell’atmosfera creata da quell’evento, dal quale sono nati tutti i nostri mali presenti. Gli effetti di una sconfitta militare, infatti, per quanto terribili, col tempo sono annullati se il territorio e la popolazione non sono annessi a quelli del vincitore. Per le Due Sicilie, invece, a causa della particolare posizione geografica, senza soluzione di continuità territoriale con il resto della penisola italiana, l’annessione ha prodotto effetti cosí devastanti che la coscienza del popolo stesso ne è stata modificata.Il Regno delle Due Sicilie proprio nel 1860 si stava trasformando in un grande Stato. C’erano tutte le premesse, perché allora era una tra le piú progredite nazioni d’Europa, ma la delittuosa opera delle sette che governavano la Francia e l’Inghilterra e la sete di conquista savoiarda ne distrussero i beni e le tradizioni, compiendo un vero e proprio genocidio umano e spirituale.Come fu precisato da Lemkin, che definí per primo il concetto di genocidio, esso «non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione ... esso intende designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali ... Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali, e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui ... non a causa delle loro qualità individuali, ma in quanto membri del gruppo nazionale».Si dice, inoltre, che vi sono due metodi per cancellare l’identità di un popolo: il primo è quello di distruggere la sua memoria storica; il secondo è quello di sradicarlo dalla propria terra per mischiarlo con altre etnie. Noi Duosiciliani abbiamo subíto entrambi i metodi, ma, avendo alle spalle una storia di quasi tremila anni, siamo rimasti almeno sempre fedeli alle nostre tradizioni. I settari hanno mistificato con la menzogna del cosiddetto “risorgimento” gli avvenimenti che causarono la perdita dell’indipendenza dello Stato delle Due Sicilie, proprio con lo scopo di giustificare quella che fu una vera e propria guerra d’aggressione contro i Duosiciliani. Il “risorgimento”, infatti, non fu espressione di una rivolta popolare che aveva quale suo obiettivo il suggestivo ideale dell’unità italiana, ma fu una vera e propria propaganda di guerra, un’invenzione che serví a nascondere - e a fabbricare la cosiddetta “opinione pubblica” - le vere intenzioni della classe dirigente del Piemonte che mirava ad impossessarsi ed a colonizzare il resto della penisola. La parola “risorgimento” si riferisce, infatti, solo a quel piccolo staterello, corrotto e pieno di debiti, quale era il Piemonte, che, in effetti, fu “usato” e reso servo a sua volta delle logge massoniche internazionali.La diffusione di queste menzogne, ideate dalla massoneria attraverso i “Congressi degli scienziati”, serví anche a coprire le reali intenzioni dell’Inghilterra e della Francia che volevano modificare l’assetto politico europeo a loro vantaggio. Gli esponenti al governo di queste due nazioni appartenevano alla ricca borghesia, protagonista della rivoluzione industriale inglese e della rivoluzione francese, e tendevano a moltiplicare i loro affari e traffici con l’ingrandire la loro influenza politica nel Mediterraneo, dove avevano i loro passaggi obbligati.Con il “risorgimento” furono inventate e diffuse grandi menzogne sullo Stato delle Due Sicilie, classiche quelle di Gladstone, e nascosti gli avvenimenti piú brutali della guerra d’annessione. Ogni cosa che riguardava le Due Sicilie fu demonizzata o messa in ridicolo, infamando col nome di «brigantaggio» anche la lunga guerra di resistenza fatta spontaneamente da tutto il popolo duosiciliano contro l’invasione piemontese.Tale irreale propaganda risorgimentale fu cosí pregnante che, dopo gli avvenimenti, il novello Stato «italiano», non potendo delegittimare se stesso rivelando la verità degli avvenimenti, ha dovuto trasformare il «risorgimento» in una religione di Stato, consacrando come “eroi” dei veri e propri criminali di guerra quali Cialdini, Garibaldi e tutti gli altri savoiardi, ai quali sono stati dedicati monumenti, strade, piazze e caserme. È questo, insomma, un esempio classico di come la storia è sempre scritta dal vincitore e che spiega perché queste menzogne siano continuamente e ufficialmente diffuse da uno Stato che si proclama “italiano”, ma che nei fatti è rimasto uno Stato “piemontese”. Numerosi scrittori, inoltre, hanno raffigurato la situazione dei Territori duosiciliani “dopo” che vi era stata la devastazione piemontese, attribuendo all’amministrazione duosiciliana le pessime condizioni sociali ed economiche in cui erano state ridotte le Due Sicilie a causa dell’aggressione savoiarda. Il fatto piú spregevole è che tali menzogne sono obbligatoriamente insegnate come storia ufficiale ai nostri figli, i quali si formano in un culto che, non solo non è il nostro, ma è stato creato proprio contro di noi Duosiciliani.Avvenuta la conquista di tutta la penisola, la prima cosa che i piemontesi fecero fu quella di impossessarsi di tutte le riserve di denaro nelle banche degli Stati appena conquistati. La Banca Nazionale degli Stati Sardi (privata) divenne, dopo qualche tempo, la Banca d’Italia (sempre privata), cosí com’è ancora oggi. La Banca d’Italia è, infatti, allo stato attuale, di proprietà dell’ICCRI, Banca San Paolo - IMI, Banco di Sardegna, Banca Nazionale del Lavoro, Monte dei Paschi di Siena, Mediobanca, Banca di Roma, Unicredito.A seguito dell’occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete d’oro per trasformarle in carta moneta secondo le leggi piemontesi, poiché in tal modo i Banchi avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e sarebbero potuti diventare padroni di tutto il mercato finanziario italiano. Quell’oro, invece, attraverso apposite manovre piano piano passò nelle casse piemontesi. Eppure, nonostante tutto quell’oro rastrellato al Sud, la nuova Banca d’Italia (sempre di proprietà privata), risultò non avere parte di quell’oro nella sua riserva. Evidentemente quest’oro aveva preso altre vie. Esso, infatti, fu utilizzato per la costituzione di imprese al nord tramite il finanziamento operato da banche, subito costituite per l’occasione, che allora erano socie della Banca d‘Italia: Credito mobiliare di Torino, Banco sconto e sete di Torino, Cassa generale di Genova e Cassa di sconto di Torino.Le sottrazioni operate e l’emissione non controllata della carta moneta ebbero come conseguenza che ne fu decretata già dal 1863 il corso forzoso, in altre parole la lira carta non poté piú essere cambiata in oro. Oltre ai conseguenti danni per il risparmio di tutte le popolazioni della penisola, da qui incominciò a nascere il «Debito Pubblico»: lo Stato, in pratica, per finanziarsi iniziò a chiedere carta moneta ad una banca privata (qual è la Banca d’Italia). Lo Stato, quindi, a causa del «genio» di Cavour e soci, cedette da allora la sua sovranità in campo monetario affidandola a dei privati, che non ne hanno alcun titolo (la sovranità per sua natura non è cedibile perché è del popolo e dello Stato che lo rappresenta).Solo con la conquista delle Due Sicilie, dunque, con il denaro sottrattogli e con il sacrificio di questo fu possibile impostare “dopo” un programma di riforme che permisero la nascita delle industrie e delle infrastrutture nel Nord dell’Italia. Ovviamente, per permettere lo sviluppo delle loro nascenti industrie, il Piemonte eliminò non solo la concorrenza delle industrie duosiciliane, ma coprí negli anni successivi con prodotti delle nuove aziende piemontesi e lombarde tutto il mercato interno in una situazione di monopolio. Per ottenere questo, gli occupanti attuarono nei territori conquistati varie azioni, che in sostanza furono quelle di decretare nuove misure doganali nelle Due Sicilie, particolarmente gravi per le industrie siderurgiche e meccaniche. Poi sottrassero al Sud tutte le commesse militari e ferroviarie e impoverirono i capitali duosiciliani con un maggior drenaggio fiscale, utilizzando le risorse cosí ricavate esclusivamente nell’area lombardo-piemontese. Numerosissime ricchezze, inoltre, furono rapinate per uso personale dagli invasori, che distrussero volutamente numerosi opifici, come ad esempio a Mongiana ed a Pietrarsa. L’economia dell’Italia meridionale, poi, ebbe un crollo verticale non solo perché, da dopo l’unità e a tutt’oggi, il suo centro propulsore gravitò solo al Nord, ma anche perché fu imposto dal Piemonte, che non aveva nulla da perdere, una politica di libero scambio che stroncò le industrie duosiciliane non ancora completamente affermatesi. Il governo imposto dai piemontesi in tutta la penisola conquistata era eletto da un parlamento composto di una minoranza borghese che escludeva la quasi totalità degli abitanti. Anche dopo le riforme volute dalla sinistra, solo il 9% aveva diritto al voto e di questa percentuale facevano parte solo le classi agiate che imposero tasse, pubblica sicurezza, codice civile e penale, scuole e amministrazione esclusivamente a favore dei propri interessi.L’impossessamento di tutta la penisola italiana scatenò, di conseguenza, le mire affaristiche della borghesia dominante, che, sconvolgendo tutti i valori sociali preesistenti, provocò forti tensioni sociali particolarmente nelle Due Sicilie, dove, infatti, le terre demaniali divennero proprietà privata, originando i latifondi dai quali i contadini furono scacciati, causando per di piú la distruzione della rilevante produzione agricola. Circa 600 milioni di lire di allora, raccolta con la vendita delle terre demaniali, quasi tutta la riserva liquida degli abitanti duosiciliani, fu trasferita nelle casse del Piemonte. In tal modo la borghesia dell’ex Regno delle Due Sicilie, diventato nel 1861 una provincia del nuovo Stato unitario, si precluse definitivamente la via dello sviluppo economico, convinta che solo con il reddito agrario potesse finalmente affermare il suo predominio. Concezione del tutto suicida che era già stata con lungimiranza contrastata dall’accorta amministrazione dei Borbone, i quali avevano intuito che non solo non vi poteva essere progresso con la sola agricoltura, ma che tale progresso andava costruito accortamente e senza sconvolgimenti sociali. Tale cieca borghesia, infatti, spinse alla fame ed alla disoccupazione i contadini che, privati delle terre, non poterono piú usufruire degli usi civici, per mezzo dei quali era consentito a tutti di avere una sicura economia domestica.L’occupazione militare piemontese provocò, conseguentemente, una violenta e diffusa guerriglia di resistenza contro quello che era considerato a tutti gli effetti un esercito straniero, e contro i “galantuomini” collaborazionisti dei nuovi governanti. Gli occupanti, allora, per poter conservare i nuovi territori conquistati, attuarono una feroce repressione contro la popolazione civile e contro la sua economia. Le atrocità commesse dai piemontesi e dai loro collaborazionisti, particolarmente nel periodo del cosiddetto “brigantaggio”, possono sembrare mostruose e incredibili, ma in parte, nonostante siano ancora coperte da segreto di Stato, sono documentate negli Atti Parlamentari, in quello che resta delle relazioni della Commissione d’inchiesta sul brigantaggio, nei vari carteggi parlamentari dell’epoca e nella varia documentazione custodita negli Archivi di Stato dei capoluoghi dove si svolsero i fatti.I piemontesi compirono, inoltre, numerosissime crudeltà anche nei confronti dei prigionieri di guerra duosiciliani stipati come bestie in campi di concentramento di proposito allestiti in Piemonte, Liguria e Lombardia. Nel lager di Finestrelle i prigionieri duosiciliani venivano eliminati nella calce viva. Il trattamento in questi campi fu, dunque, disumano e fu attuato contro gente colpevole solo di aver difeso la propria Patria e di aver tenuto fede ad un giuramento. Tutto questo in spregio totale alle condizioni di capitolazioni firmate dagli stessi ufficiali piemontesi. Mai, nella loro storia lunga oltre 700 anni, le Terre Napoletane e quelle Siciliane avevano subito una cosí atroce invasione e tutto questo causò anche l’inizio di una massiccia emigrazione che raggiunse ben presto il carattere di una diaspora che continua ancora oggi. Un fenomeno che, prima dell’invasione piemontese, non esisteva nelle Due Sicilie, ma che era invece particolarmente rilevante nelle regioni settentrionali della penisola dove la disoccupazione era un fatto endemico. Numerosissimi settentrionali, infatti, emigravano proprio nelle Due Sicilie per trovarvi lavoro.Le masse contadine, degli operai e degli artigiani, piegate dalla forza, ma non nel morale, non poterono trovare altro sbocco per sopravvivere che nell’emigrazione, favorita interessatamente dagli invasori. Calabresi, Abruzzesi, Molisani, Campani, Lucani, Pugliesi e Siciliani dovettero partire per terre lontane, spesso non sapendo nemmeno quale fosse la loro destinazione finale, verso un mondo del tutto ignoto. In quelle terre lontane e ostili, tuttavia, sono riusciti a far emergere le loro antiche virtú mediterranee, costruendo a volte ricchezze straordinarie, con la loro Patria nel cuore e che i figli dei figli oggi hanno quasi dimenticato, perché sono diventati americani, canadesi, argentini, venezuelani, cileni o australiani.Anche in questa loro diaspora, circa 23 milioni d’emigranti a tutt’oggi, molto piú grande di quella tanto conosciuta degli ebrei, sono stati sfruttati dai piemontesi, che utilizzarono i loro risparmi, inviati dagli stessi emigrati per aiutare le loro famiglie d’origine, risparmi che, salvarono le esauste finanze dello Stato “italiano” e andarono a finanziare le nascenti industrie delle aree lombarde, piemontesi e liguri. Tali industrie poi, con la vendita dei loro prodotti al “Sud”, vi hanno ricavato altri guadagni, mentre l’ex Reame si andava impoverendo sempre piú, perdendo via via anche i suoi figli migliori, i piú intraprendenti, costretti ad emigrare in tutto il mondo.Ben piú deleteria fu poi l’emigrazione che iniziò a partire dalla seconda metà del 1950, che, depauperando il Sud di quanto ancora restava dell’antica società, ha dissolto e trasformato in quelli che sono rimasti, attraverso la scuola, partiti politici e mezzi d’informazione, le tradizioni piú caratteristiche e la propria identità, che si è andata omologando ai nuovi comportamenti globalizzanti dei consumi&lt;br /&gt;CONSIDERAZIONI FINALI&lt;br /&gt;La principale causa del crollo delle Due Sicilie va, senza dubbio, inquadrata nel marciume generato dalla corruzione massonica. Esso era dappertutto: nelle articolazioni statali, nell’esercito, nella magistratura, nell’alto clero (fatta salva gran parte dell’episcopato), nella corte del Re, vera tana di serpenti velenosi. Infatti, come ha esattamente analizzato Eduardo Spagnuolo: «addebitare ai piemontesi le colpe del nostro disastro è vero solo in parte e contrasta anche con i documenti dell’epoca. La responsabilità della perdita della nostra indipendenza e della nostra rovina è per intero della classe dirigente duosiciliana, che si fece corrompere in ogni senso. Non a caso le bande guerrigliere piú motivate, come quella del generale Crocco e del sergente Romano, si muovevano per colpire, innanzitutto, i collaborazionisti e gli ascari delle guardie nazionali».Dopo il 1860 non ci fu soltanto un popolo in lotta contro un esercito aggressore, come nel 1799, ma una guerra civile tra gli strati popolari e la minoranza collaborazionista, tutta proveniente dalle classi alte. I piemontesi, come ha giustamente indicato ancora Eduardo Spagnuolo: «vinsero perché si erano precedentemente assicurati, attraverso l’azione sovversiva della massoneria, l’adesione dei “galantuomini” del Sud, i veri criminali briganti. Se non avessero avuto questo consenso fondamentale, mai e poi mai si sarebbero azzardati ad attaccarci. Se un popolo, infatti, insieme alla sua classe dirigente (o almeno con una parte consistente di essa) ha veramente voglia di resistere, non c’è repressione che tenga, anche se la vittoria piemontese sul campo era stata ottenuta soprattutto grazie ad una schiacciante superiorità di mezzi materiali e ad un’ottima organizzazione bellica frutto dell’esperienza delle varie guerre precedenti. All’eliminazione della “classe dirigente borbonica” contribuí, purtroppo, lo stesso Francesco II, che, nel concedere la costituzione, corrispose esattamente al piano diabolico dei liberali. Con la promulgazione della costituzione (che Ferdinando II aveva espressamente raccomandato al figlio di non concedere) furono eliminati legalmente i funzionari fedeli e soprattutto fu paralizzato il popolo attraverso il disarmo legale della Guardia Urbana, milizia popolare in stragrande maggioranza fedele al Re. Nonostante lo sfaldamento del nostro esercito, la partita poteva ancora essere vinta, o quanto meno si poteva veramente colpire con efficacia l’aggressore piemontese, ma la concessione reale della costituzione (nell’illusione di avere favorevoli i liberali, decisi, invece, a svendere la propria terra allo straniero) chiuse i giochi ancora prima di iniziare la partita. Attraverso di essa, infatti, quella parte della borghesia traditrice, proprio in nome di Francesco II, si impadroní di tutte le leve del potere, disarmando il popolo e armando, attraverso la ricostituita Guardia Nazionale, i sostenitori dei “galantuomini”. A quel punto, regnando ancora nominalmente Francesco II, la magistratura, le autorità municipali e le forze di polizia finirono saldamente in mano al nemico. Il popolo si ritrovò completamente abbandonato e soprattutto senza possibilità di comunicazione con la “classe dirigente borbonica” legalmente allontanata da ogni carica istituzionale. Contemporaneamente, primissima operazione delle “autorità”, fu quella di allontanare tutti i vescovi dalle loro diocesi, episcopato che, essendo di nomina reale, poteva costituire una serissima e autorevolissima opposizione. È da rilevare, inoltre, che la resistenza non iniziò quando vennero i piemontesi, ma cominciò proprio quando fu concessa la costituzione liberale, che anche alcuni vescovi, specie delle Puglie, contrastarono attivamente. Se ben si osserva, da un punto di vista strettamente giuridico, i primissimi moti popolari avevano infatti un carattere “antiborbonico”, poiché andavano contro la costituzione, in altre parole contro un corpo di leggi del Regno delle Due Sicilie promulgate su espressa volontà del legittimo Re Francesco II di Borbone. Il popolo, in realtà, aveva compreso immediatamente tutta la malizia dei liberali e si era mosso per contrastarla».L’opposizione armata, tuttavia, fu soltanto un aspetto della piú vasta resistenza all’invasione piemontese, perché tale resistenza si sviluppò per anni in modo civile. Numerose furono le proteste della magistratura e dei militari, le resistenze passive dei dipendenti pubblici e i rifiuti della classe colta a partecipare alle cariche pubbliche. Innumerevoli furono le manifestazioni di malcontento della popolazione, soprattutto nell’astensione alla partecipazione ai suffragi elettorali, e la diffusione ad ogni livello della stampa legittimista clandestina contro l’occupazione piemontese.La resistenza duosiciliana, definita “brigantaggio”, è stato analizzata e variamente spiegata, volendo dimostrare da una parte che essa era una specie di esercito sanfedista, sorretto dai reazionari duosiciliani, ma senza un capo carismatico, come lo era stato il cardinale Fabrizio Ruffo nel 1799, dall’altra che essa era un fenomeno esclusivamente sociale dovuto alle lotte contadine contro i cosiddetti “galantuomini”, che avevano usurpato le terre demaniali e i beni della Chiesa, sfociando poi nel crimine. In realtà, se qualcosa di vero di queste due tesi può essere considerata una componente di tutto l’insieme, è evidente dai fatti che tutto un popolo ha lottato contro l’invasione di un esercito considerato straniero e contro i traditori collaborazionisti per lunghissimi anni. A questa guerra di resistenza, parteciparono, infatti, oltre ai contadini, militari del disciolto esercito duosiciliano, avvocati ed impiegati, operai e studenti, sindaci e magistrati. Numerosi furono anche legittimisti stranieri, particolarmente spagnoli, che fecero parte della resistenza duosiciliana. Il “brigantaggio”, in sostanza, fu la reazione di una nazione intera in difesa della sua autonomia e della sua cultura quasi millenaria. Una resistenza che avvenne spontaneamente, dunque, ma purtroppo quando ormai il Regno delle Due Sicilie non aveva piú i suoi gangli vitali. Ben diversi sarebbero stati i risultati se Francesco II avesse egli stesso spronato tutto il popolo alla resistenza ancor prima che avesse avuto luogo l’invasione piemontese.La resistenza duosiciliana iniziò con piccoli episodi isolati, e quindi non coordinati, nell’agosto del 1860, subito dopo lo sbarco dei garibaldini provenienti dalla Sicilia. Inizialmente fu soprattutto la popolazione delle campagne che si rivoltò contro i comitati liberali filogaribaldini, ripristinando i simboli duosiciliani e i legittimi poteri nei vari paesi dell’entroterra. La resistenza divenne piú consistente subito dopo l’occupazione piemontese e ad essa parteciparono migliaia di soldati duosiciliani sbandati, coscritti che rifiutavano di servire un’altra bandiera e persone d’ogni settore sociale. Divenne, poi, una vera e propria rivolta popolare quando le truppe piemontesi iniziarono una feroce repressione con esecuzioni sommarie e con arresti in massa. Nel corso dell’anno 1861 e del 1862 fu tutto un intero popolo che si sollevò, tanto che furono perseguitati anche il clero e i nobili lealisti che dovettero emigrare lasciando la resistenza priva di guida politica. Particolare attenzione fu data dagli occupanti all’informazione a mezzo stampa, mediante la quale era deformata qualsiasi notizia al fine di presentare la resistenza duosiciliana come espressione di criminalità comune e per nascondere le atrocità commesse dagli stessi invasori. Il compito di eseguire questa criminale azione di repressione fu affidato principalmente al generale Cialdini che ordinò eccidi, rappresaglie, saccheggi e distruzioni di centinaia di centri abitati per impedire che l’insurrezione diventasse del tutto incontrollabile.Prima dell’invasione, l’ultima calata di barbari nel Sud della penisola italiana, della cosiddetta “Unità d’Italia” non se n’era mai sentita l’esigenza tra le restanti popolazioni italiane, né esistono documentazioni o pubblicazioni di alcun genere che parlano di “spirito nazionale” antecedente ai “fatti risorgimentali”. L’idea unitaria, infatti, non ebbe mai alcun sostegno popolare efficace e fu soltanto un movimento di pochi, soprattutto di massoni “borghesi”, cioè legati soltanto ad interessi materiali. L’“ideale” del cosiddetto “risorgimento”, propagandato dai settari, era, in effetti, un’esigenza dei territori del Nord dell’Italia, che, oltre ad essere governati ancora in modo feudale, erano occupati da potenze straniere. Il colmo era poi dato dal Piemonte, governato dai Savoia che erano francesi, e che, proprio loro, dicevano di voler “liberare l’Italia dagli stranieri”.Il marchese Villamarina fu l’anello che legò la dinastia sabauda alle mire della massoneria e di essa la rese serva fino a portarla sotto le ali di Cavour, servo a sua volta degli inglesi. Ai Savoia, in ogni modo, non interessava niente della libertà degli Italiani, a loro interessava solo ingrandire i propri possedimenti, sfruttando per i propri interessi gli stessi Italiani, che costrinsero con perversione a combattere tra loro. Che fosse una guerra di conquista, e non un progetto di ideale unità, non v’è alcun dubbio se solo si osserva il modo di governare dei nuovi “padroni”, che mirarono unicamente a saccheggiare tutte le ricchezze del Reame con l’interessato sostegno dalla borghesia lombardo-piemontese.Gli abitanti delle Due Sicilie furono usati, infatti, prima come carne da cannone per le altre guerre coloniali e mondiali dei Savoia, poi come mercato per i prodotti delle industrie del Nord. La classe politica meridionale, inoltre, allo scopo di conservare piccoli vantaggi domestici, ha fiancheggiato sempre tutti i governi che si sono avvicendati in Italia dall’inizio dell’occupazione, governi che pur definendosi “italiani”, hanno curato solo gli interessi delle lobby del cosiddetto “triangolo industriale”, le quali mantengono eterna la “questione meridionale” per lucrarne gli appalti, mentre i ciechi politici meridionali, accontentandosi di lucrarne i voti elettorali, sono diventati i loro servi sciocchi.Il Popolo delle Due Sicilie, in tutta la sua lunghissima storia, non ha mai fatto una guerra d’aggressione contro altre nazioni. Ha dovuto, invece, sempre difendersi dalle aggressioni degli altri popoli, che l’hanno assalita con le armi o con le menzogne. Ancora oggi dal Nord dell’Italia, per una congenita ignoranza, alimentata continuamente dalla propaganda risorgimentale fatta instancabilmente dai vertici dello Stato “italiano”, i Duosiciliani sono ancora puerilmente aggrediti con violenze verbali e con luoghi comuni sui “meridionali”. Nella considerazione di tutti gli avvenimenti succedutisi dopo il 1860 fino ad oggi, si può senza dubbio affermare che proprio con il cosiddetto “risorgimento”, a causa dell’aggressività della sua natura, si originò quel processo politico, che, passando attraverso continue guerre, per lo piú suggestivamente etichettate, ebbe il suo culmine nel fascismo, che disfece con la sua fine tutta la penisola italiana, prima del “risorgimento” cosí ricca di valori, nella sciatta repubblica in cui oggi viviamo. Una repubblica che, mentre da una parte rinnega il fascismo, dall’altra esalta contraddittoriamente il “risorgimento” che ne fu in sostanza la matrice.&lt;br /&gt;Dalla ML Periodico Due Sicilie&lt;br /&gt;Breve Storia delle Due Sicilie&lt;br /&gt;Cronologia&lt;br /&gt;mercoledì 24 aprile 2002, di &lt;a href="http://www.duesicilie.org/spip.php?auteur4"&gt;Antonio Pagano&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;PANORAMA STORICO&lt;br /&gt;Nel 1130, notte di Natale, con una fastosa cerimonia Re Ruggero II sancí a Palermo la nascita del Regno di Sicilia. Tutto il Sud della penisola italiana, dagli Abruzzi alla Sicilia, fu unificato come nazione indipendente con capitale Palermo. Quel 25 dicembre è una data simbolica: Ruggero II si presentava come il redentore di tutte le popolazioni del Sud della penisola, dagli Arabi, dai Bizantini e dai Longobardi e nello stesso tempo annunciava al mondo la nascita di un regno cristiano. Il Regno, a quella data, aveva circa tre milioni d’abitanti, ed era da sempre considerato il territorio piú bello dell’Europa per l’antica cultura, per il clima, per gli stupendi paesaggi e per lo stesso modo di vivere della gente, che già per questo poteva ben dirsi una nazione. Nel resto d’Italia vi erano altri cinque milioni d’abitanti, divisi in tanti piccoli Stati, qualcuno non piú grande della sua cerchia di mure, parlanti idiomi diversi, di origine diversa e con diverse tradizioni. Il governo normanno durò fino al 1194. Poi vi fu quello degli Svevi, il cui piú illustre rappresentante fu Federico II. Con l‘avvento degli Angioini nel 1266, la capitale del Regno di Sicilia fu portata a Napoli. A seguito dei «vespri siciliani» del 1282 la Sicilia fu occupata dagli Aragonesi e divenne Regno di Trinacria, mentre la parte continentale divenne Regno di Napoli. Nel 1443 gli Angioini, che non avevano mai formalmente rinunciato al titolo di re della Sicilia, dovettero cedere agli Aragonesi anche la parte continentale del Regno che fu riunito a quello di Napoli da Alfonso il Magnanimo (Regnum utriusque Siciliae, Regno delle Due Sicilie). Nel 1503 il Regno fece parte della Spagna, che costituí due vicereami autonomi: quello di Napoli e quello di Sicilia. Cosí restò nel breve periodo austriaco, che va dal 1707 al 1734, anno in cui tutta la Nazione diventò nuovamente indipendente con i Borbone.Il primo sovrano fu Carlo, figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese, già duca di Parma. Egli prese possesso del regno, succedendo agli Austriaci, a seguito delle vicende connesse alla guerra di successione polacca e tale avvicendamento gli fu riconosciuto poi dal trattato di Vienna del 1738. Il ripristino dell’antico nome delle Due Sicilie avvenne nel 1816, a seguito del Congresso di Vienna del 1815 che mirava ad assestare politicamente il territorio europeo dopo gli sconvolgimenti causati dalle guerre napoleoniche. Al Congresso di Vienna, tuttavia, le potenze che avevano vinto il conflitto, Inghilterra, Austria, Russia e Prussia, diedero all’Europa una sistemazione tendente a rafforzare esclusivamente i loro interessi, dividendo artificialmente le nazioni. La Francia fu ricacciata negli antichi confini e privata di suoi territori a favore della Prussia, circostanza che fu poi l’origine di continue guerre tra i due popoli. Gli Stati tedeschi furono sconvolti da ingrandimenti e dimezzamenti territoriali senza che fosse tenuto conto della loro aspirazione a costituire uno Stato unico. La Polonia fu divisa fra tre Stati. L’Austria s’ingrandí a spese di una varietà di popoli del tutto diversi tra loro. Nella penisola italiana, la repubblica di Genova e l’Alto Novarese furono incorporate dal regno sardo-piemontese; il Veneto e la Lombardia furono assegnate all’Austria; il Regno delle Due Sicilie, pur avendo fatto parte delle potenze vincitrici, fu spogliato di Malta e dello Stato dei Presidii. Le decisioni del Congresso di Vienna, insomma, pur riuscendo a mantenere poi per numerosi anni un equilibrio tra le varie potenze, non considerarono in alcun modo le aspirazioni degli altri Stati, ponendo le premesse per i successivi conflitti.Il Congresso di Vienna era avvenuto a seguito del Patto di Chaumont, stipulato nel 1814, per effetto del quale era stata costituita la Quadruplice Alleanza tra Inghilterra, Prussia, Austria e Prussia con l’impegno di liberare l’Europa dal dominio napoleonico e di ricondurre la Francia nei confini del 1792. Dopo il Congresso, si costituí il 26 settembre 1816 la Santa Alleanza tra Russia, Prussia e Austria, che si accordarono per darsi reciproca assistenza per la conservazione della situazione territoriale e delle dinastie istituzionali europee. Soprattutto l’Austria aveva interesse a questo accordo proprio perché costituita da un mosaico di popoli che aspiravano all’indipendenza. A quest’ultimo patto non partecipò l’Inghilterra, che era interessata non tanto alla stabilità del continente, ma solo a mantenere controbilanciate le forze delle potenze europee e di conservare il dominio sui mari, situazione quest’ultima che le permetteva di rendersi arbitra della politica degli altri Stati. La Francia fino al 1850 fu ingabbiata da questa alleanza che le impedí ogni azione tendente a modificare le decisioni fissate al Congresso di Vienna.La politica europea, in seguito, dovette abbandonare tali principi conservatori, ormai non piú rispondenti alla realtà, e si apprestò a fronteggiare i pericoli ben piú gravi causati dai moti liberali, i cui principali ispiratori, Giuseppe Mazzini e Carlo Marx, sostenevano soprattutto il principio dell’uguaglianza dei popoli piú che la loro indipendenza. A tali principi erano particolarmente interessati gli ebrei, i quali da secoli lottavano per la loro emancipazione e per questo fecero parte delle società segrete alle quali parteciparono attivamente ed anche economicamente.Questa nuova ideologia aveva spaventato soprattutto la piccola e media borghesia dell’Europa continentale che appoggiò la conseguente reazione ed ebbe come risultato la formazione degli Stati costituzionali, come strumento per opporsi agli sconvolgimenti causati dai moti rivoluzionari, ma anche all’assolutismo monarchico che impediva una politica liberista. I moti del 1848, infatti, avevano scompaginato gli accordi del Congresso di Vienna con il prevalere delle idee del nazionalismo che aveva portato agli scontri dei tedeschi contro polacchi, danesi e slavi; ungheresi contro slovacchi; croati contro ungheresi e italiani. Gli Asburgo soffocarono le rivoluzioni in Italia, in Ungheria, in Germania e Boemia, basando però unicamente sulla forza dell’esercito la loro azione politica nel tenere unito il vasto impero austriaco. Artefice di questa politica fu il Metternich, che era convinto che solo il rispetto dell’ordine costituito potesse tenere insieme popoli diversi e di differente cultura in un unico organismo politico.In un primo tempo l’Inghilterra, coerentemente alla sua politica di bilanciare le contrapposizioni degli Stati europei, aveva appoggiato l’Austria perché la considerava pur sempre un baluardo all’espansionismo francese. Dopo il 1846 l’Inghilterra, guidata da Palmerston, incominciò anche ad interessarsi della situazione della penisola italiana ed a condannare apertamente gli interventi austriaci. L’Austria, infatti, aveva stretto rapporti amichevoli con Francia e Russia, le due potenze che gli Inglesi temevano di piú. Per questo nel 1847 il governo inglese inviò in Italia lord Minto con il compito ufficiale di sostenere gli Stati riformatori e la causa della libertà in senso moderato, ma la vera missione di Minto era quella di evitare una crisi dell’equilibrio europeo, e di impedire che tutta la penisola cadesse sotto l’influenza francese a seguito di un eventuale disimpegno austriaco. Altro compito di Lord Minto nella penisola era quello di favorire la costituzione di una lega doganale tra i vari Stati italiani. L’ Inghilterra, infatti, sovrastava tutti gli altri Stati europei nell’industria e nel commercio e, per questo, aveva tutto l’interesse ad imporre in Europa una politica di libero scambio, che, permettendo il libero ingresso di prodotti a basso costo, avrebbe stroncato sul nascere le economie emergenti che non avrebbero avuto piú la forza di competere con essa.Inaspettatamente, però, nel 1848 l’Inghilterra prese le parti dell’Austria nel conflitto contro i piemontesi. La ragione di questa svolta fu causata dal movimento rivoluzionario che era scoppiato in Francia con la cacciata di Luigi Filippo e la formazione di una repubblica con a capo il nipote di Napoleone, Luigi. Si temeva, infatti, che tale rivoluzione potesse interessare tutta l’Europa com’era successo nel 1789. Palmerston cercò perfino di impedire l’intervento duosiciliano, prospettando al Re Ferdinando II una sicura vittoria dell’Austria e i gravi danni che gli sarebbero derivati da un eventuale ingrandimento del Piemonte. Il governo inglese temeva, com’era in effetti nelle intese della Francia, che questa avrebbe approfittato degli avvenimenti insurrezionali italiani per aumentare la sua influenza in Italia a scapito di quella austriaca. Lo stesso lord Minto fu incaricato di diffidare il governo piemontese dal provocare un intervento francese e, inoltre, fu incaricato di evitare che la Sicilia, a seguito dell’insurrezione che vi era scoppiata, potesse cadere sotto l’influenza francese. L’Inghilterra propose che fosse posto sul trono siciliano il figlio del savoiardo Carlo Alberto in contrapposizione alla Francia che proponeva un principe francese, ma la vittoria dell’Austria sul Piemonte pose fine a questi contrasti che non riguardavano minimamente l’indipendenza della Sicilia, ma solo ed esclusivamente gli interessi mediterranei delle due potenze.Napoleone III, d’altra parte, avendo compreso che il principio delle nazionalità avrebbe alla lunga prevalso, mirò a cambiare l’Europa nata nel 1815 e aveva indirizzata la sua politica contro l’impero austriaco per imporre il proprio predominio sugli altri Stati europei. Tuttavia la sua concezione era impossibile da realizzare perché contraddittoria. Egli, infatti, mentre da una parte voleva rifare l’Europa, dall’altra voleva mantenere il vecchio equilibrio europeo.Nel Regno delle Due Sicilie, primo fra gli altri Stati europei, Ferdinando II, ma con scopi diversi, concesse il 29 gennaio del 1848 la Costituzione, che in rapida successione fu concessa anche dagli altri Stati con l’interessata pressione del governo inglese. I movimenti rivoluzionari che si erano manifestati nelle Due Sicilie, tuttavia, non erano spontanee rivolte popolari come lo erano altrove, ma erano provocate solo da una parte della borghesia d’idee liberali, quella mercantile, ed anche da quella ancora legata a consuetudinari privilegi feudali, che si opponeva alla tradizionale amministrazione duosiciliana in favore delle classi meno abbienti.La concessione della Costituzione, per il sovrano duosiciliano, aveva motivazioni diverse da quelle liberali, perché ben diverse erano le condizioni del popolo. Non vi era nelle Due Sicilie, come invece vi era nell’Italia settentrionale, il dominio di un governo straniero, né l’assolutismo era oppressivo come in Piemonte, ma illuminato e popolare, tanto che in brevissimo tempo aveva portato il Regno ad un’economia di buon livello. Questo successo era avvenuto in modo naturale, senza l’aggressività della rivoluzione industriale inglese che aveva causato milioni di derelitti in Inghilterra e in Francia, ma anzi con un crescente e diffuso benessere, relativamente ai tempi, che, senza l’interruzione dell’invasione piemontese, avrebbe portato correttamente il Regno ai piú alti vertici economici e sociali.Nel regno sardo-piemontese la borghesia, priva di capitali e di mercati piú vasti, amministrata in modo ottuso, desiderando di voler “risorgere” dalle sue misere condizioni, ad imitazione delle fortune coloniali inglesi e francesi, concepí la conquista degli altri, piú ricchi, territori della penisola italiana. Il Regno savoiardo, tuttavia, non aveva le capacità per compiere da sola queste conquiste. La monarchia savoiarda, tra l’altro, si era dimostrata la piú retriva e reazionaria della penisola soffocando nel sangue il piú piccolo tentativo di rivolta. Essa fu spinta, in ogni modo, dalla sua classe politica ad espandersi territorialmente verso la Lombardia e il Veneto, ma gli Austriaci, nonostante disordini interni, sconfissero facilmente nel luglio del 1849 i piemontesi a Custoza.La Russia, intanto, che da qualche tempo cercava di espandere il suo territorio in direzione del Mediterraneo, progettò di annettersi la Valacchia e la Moldavia allo scopo di avere un piú facile accesso nel Mar Nero. Il suo scontro vittorioso contro la Turchia nel 1853 determinò però un altro conflitto, quello cosiddetto di Crimea, che i francesi e gli inglesi, uniti dagli stessi interessi, organizzarono per contrastare l’espansionismo russo. Al conflitto volle partecipare il governo piemontese retto da Cavour, che in tal modo contava di liberare il Piemonte dall’isolamento internazionale e di stringere forti alleanze per non avere ostacoli ai suoi disegni espansionistici. Dopo la guerra di Crimea, al successivo congresso di pace di Parigi del 1856, Francia e Inghilterra, anche se per scopi diversi, affermarono tra l’altro che il governo pontificio, il governo austriaco e quello duosiciliano opprimevano le popolazioni a loro sottomesse. A seguito di questi pronunciamenti Cavour si recò a Londra sperando di ottenere un aiuto armato per una guerra contro l’Austria, ma si rese conto che le dichiarazioni inglesi avevano solo il fine di ottenere un favorevole voto piemontese al Congresso per la questione della Valacchia e della Moldavia. L’Inghilterra, infatti, mai avrebbe permesso un indebolimento dell’Austria che continuava a considerare in funzione antifrancese, anche se si era dimostrato favorevole alla creazione di un piú forte Stato nel nord della penisola italiana.Cavour allora si rivolse alla Francia e si giunse cosí al Convegno di Plombières, dove furono poste le basi delle successive conquiste piemontesi. Nel Convegno fu stabilito che, a seguito dell’intervento francese, si sarebbe creato un regno dell’Alta Italia sotto i Savoia; Luciano Murat sarebbe stato posto a Napoli e Gerolamo Bonaparte a Firenze, costituendo con questo nuovo assetto della penisola una confederazione italiana sotto la presidenza del Papa, che avrebbe però avuto un ridimensionamento del proprio territorio. Il Piemonte, non avendo risorse economiche per sostenere una guerra, si obbligò di vendere alla Francia i suoi possedimenti di Nizza e Savoia, ed era in procinto di vendere anche la Sardegna se non fosse stato fermato dall’Inghilterra che temeva la formazione di una supremazia della Francia nel bacino mediterraneo.L’Inghilterra appena seppe di questo piano, diffidò immediatamente Napoleone III e Cavour, chiedendo anche alla Prussia di intervenire militarmente per evitare una guerra contro l’Austria. Il conflitto, tuttavia, scoppiò ugualmente a causa dell’ingenuità del governo austriaco che inviò un ultimatum al Piemonte, il quale per questo fu considerato uno Stato aggredito, fatto che causò, com’era nei patti, l’intervento francese. Durante il conflitto Cavour, noncurante degli accordi di Plombières, attivò numerose rivolte in Toscana, nei ducati di Parma e di Modena, e nelle Legazioni delle Romagne per poterle annettere al Piemonte e fu anche per questo motivo che Napoleone III si affrettò a firmare un armistizio con gli Austriaci a Villafranca, oltre a quello piú pressante della minaccia alle sue frontiere di un intervento prussiano.In seguito l’Inghilterra ritenne piú confacente ai suoi interessi una modifica radicale dell’assetto politico della penisola italiana. Determinante fu innanzitutto la progettata apertura del canale di Suez, fatto che rendeva indispensabile avere il dominio del Mediterraneo, e poi i contemporanei accordi commerciali tra le Due Sicilie e l’impero russo, che aveva iniziato a far navigare la sua flotta nel Mediterraneo, avendo come base d’appoggio proprio i porti delle Due Sicilie. L’Inghilterra, tra l’altro, aveva considerato che la creazione di un unico Stato nella penisola italiana potesse fare da contrappeso alla Francia nel Mediterraneo e avrebbe eliminato o ridotto fortemente l’influenza cattolica in Europa.Non vanno sottovalutati anche altre vicende che determinarono un cambiamento della politica inglese nei confronti delle Due Sicilie: innanzitutto l’abolizione di fatto della Costituzione concessa nel 1848 e la mancata partecipazione delle Due Sicilie alla Lega Doganale da parte di Ferdinando II. Tale situazione contrastava fortemente gli interessi commerciali inglesi che traevano buoni profitti dai traffici con gli Stati che avevano adottato una politica di libero scambio. Per questi motivi l’Inghilterra decise di favorire la conquista degli altri Stati della penisola italiana da parte del Piemonte, che, non avendo nulla da perdere in campo economico, aveva già una politica di libero scambio.L’Austria non poté intervenire a causa delle sue lotte interne, mentre la Russia era troppo distante dal teatro degli avvenimenti. La Francia cercò di impedire il movimento annessionistico del Piemonte, ma la successiva formazione di una intesa tra Austria, Prussia e Russia non le consentí di opporsi all’Inghilterra per non correre il rischio di rimanere politicamente isolata. Napoleone III si limitò a mantenere le sue truppe nello Stato pontificio con lo scopo dichiarato di proteggere il Papa, ma in realtà per tenere il nuovo Stato italiano sotto tutela francese. La circostanza catalizzatrice dell’annessione fu, senza dubbio, l’alleanza sotterranea tra la borghesia piemontese e di una parte di quella delle Due Sicilie, quella soprattutto liberale. Una gran parte della borghesia duosiciliana, infatti, restò legittimista e forní non pochi aiuti alla resistenza subito formatasi dopo l’invasione delle truppe piemontesi. Gli obiettivi di quella piemontese erano quelli di impossessarsi di nuovi territori con le loro ricchezze e di sfruttare quest’ampliamento con l’opportunità di piú vasti traffici e appalti, mentre gli scopi di quella duosiciliana, che era soprattutto una borghesia legata alla terra, erano quelli di sottrarsi alla tradizionale amministrazione dei Borbone e di impossessarsi delle vaste terre demaniali che erano concesse gratuitamente in uso civico ai contadini. Conclusi tali accordi, che minarono dall’interno lo stesso governo delle Due Sicilie, l’azione di Garibaldi, enormemente aiutato dagli inglesi (sbarcarono anche truppe indiane in Sicilia), fu una facile passeggiata fino a Napoli, sebbene costellata da numerosi episodi di violenza, di stragi e di ruberie. Colpevole fu, infine, anche la dirigenza militare duosiciliana, quella che non tradí, che non aveva capito che nella guerra portata dai piemontesi non esisteva piú la moralità, la cavalleria ed il rispetto del diritto di un tempo. L’invasione piemontese fu attuata, infatti, con una guerra totale che non rispettò nulla e nessuno.&lt;br /&gt;SITUAZIONE DELLE DUE SICILIE NEL 1860&lt;br /&gt;Facevano parte del Regno, per il territorio continentale, la parte meridionale del Lazio, le province di Gaeta e Sora (che durante il periodo fascista furono assegnate al Lazio per dare piú territori alla nuova provincia di Littoria, oggi Latina), l’area della capitale Napoli, Terra di lavoro, Principato citeriore, Basilicata, Principato ulteriore, Capitanata, Terra di Bari, Terra d‘Otranto, Calabria citeriore, 2ª Calabria ulteriore, 1ª Calabria ulteriore, Molise, Abruzzo citeriore, 2° Abruzzo ulteriore, 1° Abruzzo ulteriore; la Sicilia, che era suddivisa nelle province di Val di Mazara, Val Demone e Val di Noto.Il Regno delle Due Sicilie, all’atto dell’invasione piemontese, nel confronto con gli altri Stati europei era considerato per la sua ricchezza, per la sua cultura e per le sue condizioni sociali tra i primi Stati dell’Europa. Ancora oggi, tuttavia, si continua ad affermare che lo Stato delle Due Sicilie era economicamente arretrato rispetto all’area lombardo - piemontese. Questo non era possibile per una sola considerazione: gli Stati preunitari e, per certi versi, ancora feudali del Nord, erano troppo piccoli perché potessero dare vita ad uno sviluppo industriale consistente, non solo perché non avevano capitali, ma anche perché non avevano un mercato di dimensioni considerevoli come lo era quello del Regno delle Due Sicilie, il quale, inoltre, aveva un’ottima flotta mercantile che gli permetteva di avere rapporti commerciali con tutto il mondo.In Piemonte il sistema sociale ed economico era ben povera cosa. Vi erano solo alcune Casse di risparmio e le istituzioni piú attive erano i Monti di Pietà. Insomma esistevano solo delle piccole banche e banchieri privati, generalmente d’origine straniera, che assicuravano il cambio delle monete al ridotto mercato piemontese. In Lombardia non c’era alcuna banca d’emissione e le attività commerciali riuscivano ad andare avanti solo perché operava la banca austriaca. Tutto questo già da solo dovrebbe rendere evidente che prima dell’invasione delle Due Sicilie, nell’Italia settentrionale non vi potevano essere vere industrie, né vi poteva essere un grande commercio, né che i suoi abitanti erano ricchi ed evoluti, come afferma la storiografia ufficiale. Valga ad esempio il fatto che le locomotive della prima linea ferroviaria del Piemonte furono acquistate nelle Due Sicilie dalle officine di Pietrarsa a Napoli.Nell’Italia settentrionale i primi ad avere una vera banca furono i genovesi con la Banca di Genova, fondata per sconti, depositi e conti correnti da alcuni commercianti. Questo avvenne soltanto nel 1844. Poi tre anni dopo (vale a dire appena 13 anni prima dell‘invasione) si costituí la Banca di Torino, che nel 1849 si fuse con la Banca di Genova, originando la Banca Nazionale degli Stati Sardi (ma di proprietà privata). Cavour, che aveva interessi personali in quella banca, impose al parlamento savoiardo di affidare a tale istituzione compiti di tesoreria dello Stato. Si ebbe, quindi, una banca privata che emetteva e gestiva denaro dello Stato.A quei tempi l’emissione di carta moneta era fatta solo dal Piemonte, mentre al contrario l’antichissimo Banco delle Due Sicilie emetteva monete d’oro e d’argento, e in piú, per velocizzare la circolazione monetaria, fedi di credito e polizze notate, le quali corrispondevano ad altrettanta quantità d’oro depositato nel Banco (la quantità di denaro circolante nel Regno delle Due Sicilie assommava a circa 443 milioni di lire dell’epoca). Un sistema che, per alcune norme, possiamo certamente paragonare alle carte di credito di oggi. La carta moneta del Piemonte si basava anch’essa su una riserva d’oro (il circolante nel regno sardo assommava a circa 20 milioni di lire), ma il rapporto era di 3 a 1, in altre parole tre lire di carta valevano una lira d’oro e questo significava la quasi inesistenza di capitali utili per finanziare imprese e commerci. Tuttavia, per le continue guerre che i savoiardi facevano, anche quel simulacro di convertibilità in oro non era mai rispettato, sicché ancor prima del 1861 la carta moneta piemontese non rappresentava nemmeno piú il suo valore nominale a causa dell‘emissione incontrollata che se ne fece.Il Reame aveva due amministrazioni: quella delle province napolitane che comprendeva tutte le regioni continentali dagli Abruzzi alle Calabrie e quella siciliana. L’amministrazione dello Stato, divenuta piuttosto farraginosa dopo i cambiamenti apportati dall’occupazione francese (nel periodo dal 1799 al 1815), era in via di trasformazione, ma in sostanza era efficiente e funzionale. La giustizia era proprio borbonica, in pratica era la migliore in assoluto in Italia, ed i suoi codici erano di riferimento per tutta la legislazione della penisola italiana e dell’Europa. Negli affari interni, inoltre, la legislazione era molto tollerante nei confronti delle altre religioni e nei confronti degli stranieri residenti.Nel 1860 la popolazione del Regno delle Due Sicilie era poco piú di 9 milioni di abitanti, di cui la parte attiva era un po’ meno del 48%. Il Regno in quell’anno poteva sicuramente essere considerato in campo economico al terzo posto in Europa. Questo era stato il risultato di previdenti leggi che avevano regolato le importazioni e le esportazioni proprio con lo scopo di favorire la nascita dell’industria, dosando opportunamente i dazi doganali e le misure fiscali. L’industria tessile (seta, cotone e lana) e quella metalmeccanica erano già dal 1818 i due principali settori trainanti dell’economia duosiciliana, tanto che portarono anche numerosi stranieri ad investire nel Regno.La politica industriale era stata insomma lungimirante e coerente, anticipando di un secolo in Italia, la formula dell’iniziativa pubblica nell’industria, senza peraltro avvantaggiare le industrie statali che erano sempre in concorrenza con le iniziative private. Lo sviluppo industriale del Regno di Napoli, vale a dire il trasferimento di risorse dal settore agricolo al settore industriale, non avvenne, infatti, per opera di privati come negli altri Stati (grossi proprietari terrieri, come in Inghilterra, o Banche, come in Germania), ma per diretto intervento dello Stato, che tuttavia fu anche coadiuvato da imprenditori privati con capitali agrari, commerciali, bancari e di paesi esteri già sviluppati.Per quanto riguarda il territorio continentale, gli addetti alle grandi industrie, escludendo in pratica tutte le attività meramente artigianali o in ogni caso non impieganti meno di 5 addetti, erano 210.000 in quasi 5.000 opifici e costituivano circa il 7% della popolazione attiva. Il capitale investito nella sola industria si può valutare intorno ai cento milioni di ducati e dava utili che raggiungevano in numerosi casi il 15 o 20 %, con una media dell’8% circa.Il reddito medio pro-capite era poco piú superiore a quello medio italiano, per un totale di 275 milioni di ducati l’anno. Per quanto riguarda la vita economica bisogna dire che i prezzi erano molto stabili ed il Governo era sempre attento a garantire sia un’attività produttiva redditizia, sia paghe adeguate all’insieme sociale ed economico.Il settore agricolo, aumentata del 120% la sua produttività negli ultimi 40 anni, dava un’eccedenza di risorse alimentari che erano cosí disponibili sia per la manodopera dell’industria, sia per l’aumento della popolazione.Il Regno aveva dunque una forte economia, una stabile e solida moneta e una veramente ottima flotta navale mercantile e militare. La Marina Mercantile duosiciliana, la terza in Europa con oltre 9.800 bastimenti, aveva avuto un forte sviluppo perché aveva dovuto soddisfare le crescenti esigenze dei trasporti commerciali, che dai registri doganali dell’epoca erano valutati per circa 500.000.000 di ducati tra import ed export. Nel Regno esistevano allora circa quaranta cantieri navali di una certa rilevanza, ove erano varati in media circa 50 navigli l’anno.In questo quadro è necessario anche illustrare, sia pure brevemente, la situazione delle varie regioni, iniziando con la CALABRIA, che è veramente un esempio significativo. Prima dell’unità d’Italia era la piú ricca regione d’Italia, ora è la piú povera d’Europa. In Calabria lo sviluppo delle industrie iniziò con lo sfruttamento delle miniere di ferro e di grafite che vi erano state rinvenute. Per questo fu fondato il Real Stabilimento di Mongiana, dove su un’area coperta di 12.000 metri quadri, furono costituiti una fonderia e un grandioso stabilimento siderurgico, potenziato con due altiforni per la ghisa, due forni Wilkinson e sei raffinerie. Accanto vi era anche una fabbrica d’armi su un’area coperta di circa 4.000 metri quadri. La produzione della ghisa e del ferro era di eccellente qualità e da essi si ricavavano trafilati, laminati e acciai da cementazione. Alla fine del Regno la Calabria era, insomma, fortemente industrializzata e negli stabilimenti di Mongiana, di Pazzano, di Fuscaldo, di Cardinale e di Bigonci vi lavoravano circa 2.500 operai, numero veramente notevole per quell’epoca. Altre attività importanti in Calabria, per antica tradizione, oltre alla notevole produzione agricola, erano quelle tessili, in cui essa primeggiava per la produzione della seta, gli arsenali ed i numerosi cantieri navali. I calabresi impiegati nelle sole industrie erano allora poco piú di 31.000.Nelle PUGLIE ed in BASILICATA vi erano importantissimi opifici di lana, di cotone e del lino, la cui produzione era esportata in tutto il mondo. Vi erano anche molte centinaia filande quasi tutte motorizzate. Molto importanti erano anche le fabbriche di presse olearie e di macchine agricole prodotte negli stabilimenti di Foggia e di Bari. Di notevole peso sul piano economico erano le ottime aziende agricole e chimiche, le numerosissime flottiglie per la pesca ed i cantieri navali. A Barletta vi era un’efficientissima salina che riforniva tutta l’Europa. Centro di riferimento, per tutto il Regno, era l’attivissima Borsa di Commercio di Bari.Negli ABRUZZI e nel MOLISE, era eccellente e notissima la produzione d’utensili, di lame di acciaio, rasoi e forbici, fabbricati a mano e molto richiesti all’estero per la loro bellezza e funzionalità. Vi erano anche numerosi opifici tessili e per la produzione della carta. Notevoli, infine, erano gli allevamenti pregiati di bovini e caprini che consentivano una eccellente produzione casearia.La CAMPANIA del 1860 era la regione piú industrializzata d’Europa, particolarmente l’area napoletana, lungo l’asse Caserta - Salerno. In essa vi erano sia il grandioso Opificio di Pietrarsa dove si producevano motori a vapore, locomotive, carrozze ferroviarie e binari, sia i famosi cantieri navali tra i migliori d’Europa, come quello di Castellammare di Stabia, fabbriche d’armi e di utensileria, aziende chimiche - farmaceutiche e per la produzione della carta, del vetro, concia e pelli, alimentari, ceramiche e materiali per edilizia. Importante in tutto il mondo era la produzione della seta di S. Leucio (Caserta). Numerose anche le fabbriche di strumenti tecnici, orologi, bilance, e insomma tutta una miriade di fabbriche minori, nei piú svariati campi di attività, diffuse geograficamente in tutto il territorio. Da ricordare, naturalmente, i numerosi e diversi prodotti dell’agricoltura, allora famosi in tutto il mondo. In SICILIA, infine, l‘economia si basava, oltre che sulla pesca, sui cantieri navali e su ottime industrie meccaniche, sull’esportazione di zolfo, olio d’oliva, agrumi, sale marino e vino. Le principali correnti di traffico erano dirette verso l’Inghilterra (del 40%), verso gli Stati Uniti (con un terzo della produzione d’agrumi) e verso gli altri paesi europei. La Sicilia per questi suoi commerci aveva costantemente un saldo attivo.&lt;br /&gt;LE PIÚ IMPORTANTI REALIZZAZIONI&lt;br /&gt;Lo Stato delle Due Sicilie fu il primo al mondo a far navigare una nave a vapore in mare: Il battello, con caldaia inglese, era il Ferdinando I che fu varato il 24 giugno 1818. In Inghilterra il primo battello a vapore fu varato nel 1822: il rimorchiatore Monkey.Da ricordare anche la prima costruzione al mondo dei ponti in ferro ad impalcato sospeso, il “Ferdinandeo”, che fu completato nell’aprile del 1832 sul Garigliano, e quello sul Calore, il “Cristino”, inaugurato il 5 aprile del 1835.Il 4 ottobre 1839 fu inaugurata la prima ferrovia italiana con il tratto Napoli - Portici, di circa 9 km e, prima dell’invasione piemontese, erano già quasi completate tutte le opere (ponti e gallerie) di una rete ferroviaria che avrebbe collegato la capitale alle cittadine del versante adriatico, fino a Brindisi, e di quello tirrenico, fino a Reggio Calabria. Contemporaneamente erano già state progettate e in fase d’appalto per la Sicilia le linee ferroviarie che avrebbero collegato Palermo con Catania, Messina e Girgenti.Nel 1840 fu inaugurato il grandioso complesso industriale del “Reale Opificio di Pietrarsa” con oltre mille addetti, all’epoca il primo e l’unico della penisola italiana. L’Opificio ebbe vasta risonanza in Europa e fu visitato dallo zar Nicola I che lo prese ad esempio per la costruzione del complesso ferroviario di Kronstadt. Per fare un paragone il complesso simile della Breda ebbe la possibilità di nascere 44 anni piú tardi, ma solo dopo il saccheggio e la distruzione di quello di Pietrarsa. Sorsero in tutto il Regno anche diverse e numerose scuole di “Arti e mestieri” per la formazione tecnica del personale. In quell’anno Napoli, dopo Londra e Parigi, fu la terza capitale in Europa ad avere le strade illuminate con 350 lampade a gas.Rilevantissime furono le colossali opere di bonifica, delle paludi Sipontine (Manfredonia), di quelle di Brindisi, del bacino inferiore del Volturno e dei Regi Lagni, che resero fertili tutte quelle terre, distribuite poi gratuitamente al popolo.Nelle Due Sicilie le scoperte scientifiche trovavano subito applicazione. Nel 1841 fu installato a Nisida il primo faro lenticolare a luce costante. Tali fari furono installati negli anni successivi su tutte le coste del regno. A Napoli, il 28 settembre 1844, costruita sulle falde del Vesuvio, fu inaugurata la prima struttura scientifica nel mondo per lo studio dei fenomeni vulcanici, l’Osservatorio Meteorologico Vesuviano, dove fu realizzato dopo qualche anno il primo sismografo del mondo. Napoli, nel giugno del 1852, fu la prima città d’Italia ad organizzare un esperimento d’illuminazione elettrica. L’esperimento fu abbastanza importante per l’epoca, tenuto conto che la lampada di Edison fece la sua comparsa solo nel 1877 e che la prima lampada a filamento fu realizzata due anni dopo.Nel marzo del 1855 Napoli fu collegata attraverso una linea telegrafica con Roma, Parigi e Londra.Certamente sono da evidenziare i numerosi successi nel campo navale. Nell’arsenale di Castellammare di Stabia fu varata il 24 ottobre 1843 la prima nave da guerra a vapore, la pirofregata a ruote Ercole, progettata e costruita interamente nel Regno. Da ricordare che le navi da guerra napoletane furono le prime ad entrare nei porti statunitensi e nelle Americhe del Sud, dove venivano anche fatte le crociere con gli allievi dell’Armata di Mare. Nel maggio del 1847 fu impiegata, per la prima volta in Italia, una nave a propulsione ad elica, la Giglio delle Onde. Il 14 novembre, si ebbe il varo della pirofregata a ruote Ettore Fieramosca che era la prima nave progettata e fornita con macchina a vapore costruita interamente nella penisola italiana dal Real Opificio di Pietrarsa. Lo stesso anno fu inaugurato il nuovo bacino di raddobbo in muratura (bacino di carenaggio) nell’Arsenale di Napoli, il primo del genere ad essere realizzato in Italia. Il 18 gennaio 1860 fu varata a Castellammare di Stabia la nuova fregata ad elica Borbone di 3.444 tonnellate, che era la prima nave militare ad elica della flotta duosiciliana ed era anche la piú potente.È indicativo, a questo punto, fare una semplice riflessione e cioè che se nelle Due Sicilie erano state realizzate tante importanti opere, che avevano posto il Regno ai vertici degli Stati piú progrediti del mondo, queste smentiscono con i fatti le affermazioni di arretratezza delle Due Sicilie. Se cosí non fosse, perché queste opere non erano state realizzate prima dal Piemonte o dagli altri Stati preunitari? La complessità di queste opere, infatti, presuppone la presenza di scuole di alto livello, di valenti tecnici, di grandi industrie e di una sana economia e finanza, quindi se ne deve dedurre che tutti questi fattori evidentemente non esistevano, o almeno non in tale misura, negli altri Stati preunitari. Tanto per fare un esempio, come prova di questa situazione di arretratezza del Nord, a Milano la prima università, il Politecnico, fu fondata solo nel 1863 ed il primo ingegnere si laureò nel 1870.&lt;br /&gt;LE VICENDE GARIBALDINE E L’INVASIONE PIEMONTESE&lt;br /&gt;GARIBALDI era alto appena 1,65 metri ed aveva le gambe arcuate. Era pieno di reumatismi e per salire a cavallo occorreva che due persone lo sollevassero. Portava i capelli lunghi perché, avendo violentato una ragazza, questa gli aveva staccato un orecchio con un morso. Era un avventuriero che nel 1835 si era rifugiato in Brasile, dove all’epoca emigravano i piemontesi che in patria non avevano di che vivere. Fra i 28 e i 40 anni visse come un corsaro assaltando navi spagnole nel mare del Rio Grande do Sul al servizio degli inglesi, che miravano ad accaparrarsi il commercio in quelle aree, e per circa sei mesi trasportò schiavi cinesi nel Perú. In Sud America non è mai stato considerato un eroe, ma un delinquente della peggior specie. Per la spedizione dei mille fu finanziato dagli Inglesi con denaro rapinato ai turchi durante la guerra di Crimea, equivalente oggi a molti milioni di euro. In una lettera, Vittorio Emanuele II ebbe a lamentarsi con Cavour circa le ruberie del nizzardo, proprio dopo “l’incontro di Teano”: «... come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene - siatene certo - questo personaggio non è affatto docile né cosí onesto come lo si dipinge e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il danaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui che s’è circondato di canaglie, ne ha eseguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa».SBARCO DI MARSALA: fu di proposito “visto” in ritardo dalla marina duosiciliana, i cui capi erano già passati ai piemontesi, e fu protetto dalla flotta inglese, che con le sue evoluzioni impedí ogni eventuale azione offensiva. Con i famosi “mille”, che lo stesso Garibaldi il giorno 5 dicembre 1861 a Torino definí “Tutti generalmente di origine pessima e per lo piú ladra ; e tranne poche eccezioni con radici genealogiche nel letamaio della violenza e del delitto”, sbarcarono in Sicilia anche francesi, svizzeri, inglesi, indiani, polacchi, russi e soprattutto ungheresi, tanto che fu costituita una legione ungherese utilizzata per le repressioni piú feroci. Al seguito di questa vera e propria feccia umana, sbarcarono altri 22.000 soldati piemontesi di proposito dichiarati dal governo savoiardo “congedati o disertori”.CALATAFIMI: contrariamente a quanto è detto nei libri di storia, Garibaldi fu messo in fuga il giorno 15 maggio dal maggiore Sforza, comandante dell’8° cacciatori, con sole quattro compagnie. Mentre inseguiva le orde del Garibaldi, lo Sforza ricevette dal generale Landi l’ordine incomprensibile di ritirarsi. Il comportamento del Landi fu comprensibilissimo quando si scoprí che aveva ricevuto dagli emissari garibaldini una fede di credito di quattordicimila ducati come prezzo del suo tradimento. Landi, qualche mese piú tardi, morí di un colpo apoplettico quando si accorse che la fede di credito era falsa: aveva, infatti, un valore di soli 14 ducati.PALERMO: Garibaldi, il 27 maggio, si rifugiò in Palermo in pratica indisturbato dai 16.000 soldati duosiciliani che il generale Lanza aveva dato ordine di tenere chiuse nelle fortezze. Il filibustiere cosí poté saccheggiare al Banco delle Due Sicilie cinque milioni di ducati ed installarsi nel Palazzo Pretorio, designandolo a suo quartier generale. In Palermo i garibaldini si abbandonarono a violenze e saccheggi d’ogni genere. A tarda sera del 28 arrivarono, però, le fedeli truppe duosiciliane comandate dal generale svizzero Von Meckel. Queste truppe, che erano quelle trattenute dal generale Landi, dopo essersi organizzate, all’alba del 30 attaccarono i garibaldini, sfondando con i cannoni Porta di Termini ed eliminando via via tutte le barricate che incontravano. L’irruenza del comandante svizzero fu tale che arrivò rapidamente alla piazza della Fieravecchia. Nel mentre si accingeva ad assaltare anche il quartiere S. Anna, vicino al palazzo di Garibaldi, che in pratica non aveva piú vie di scampo, arrivarono i capitani di Stato Maggiore Michele Bellucci e Domenico Nicoletti con l’ordine del Lanza di sospendere i combattimenti perché ... era stato fatto un armistizio, che in realtà non era mai stato chiesto.Il giorno 8 giugno tutte le truppe duosiciliane, composte di oltre 24.000 uomini, lasciarono Palermo per imbarcarsi, tra lo stupore e la paura della popolazione che non riusciva a capire come un esercito cosí numeroso si fosse potuto arrendere senza quasi neanche avere combattuto. La rabbia dei soldati la interpretò un caporale dell’8° di linea che, al passaggio del Lanza a cavallo, uscí dalle file e gli gridò “Eccellé, o’ vvi quante simme. E ce n’avimma’í accussí ? (Eccellenza, lo vedi quanti ne siamo, e dobbiamo andarcene cosí?)”. Ed il Lanza gli rispose : “Va via, ubriaco”. Lanza, appena giunse a Napoli, fu confinato ad Ischia per essere processato. I garibaldini nella loro avanzata in Sicilia compirono atroci delitti. Esemplare e notissimo è quello di Bronte, dove “l’eroe” Nino Bixio fece fucilare quasi un centinaio di contadini che, proprio in nome del Garibaldi, avevano osato occupare alcune terre di proprietà inglese.MILAZZO: Il giorno 20 luglio vi fu una cruenta battaglia a Milazzo, dove 2000 dei nostri valorosissimi soldati, condotti dal colonnello Bosco, sbaragliarono circa 10.000 garibaldini. Lo stesso Garibaldi accerchiato dagli ussari duosiciliani rischiò di morire. La battaglia terminò per il mancato invio dei rinforzi da parte del generale Clary e i nostri furono costretti a ritirarsi nel forte per il numero preponderante degli assalitori. Nello scontro i soldati duosiciliani, ebbero solo 120 caduti, mentre i garibaldini ne ebbero 780. Eroici, e da ricordare, furono i valorosi comportamenti del Tenente d’artiglieria Gabriele, del Tenente dei cacciatori a cavallo Faraone e del Capitano Giuliano, che morí durante un assalto.Episodi di tradimento si ebbero anche in Calabria, dove nel paese di Filetto lo sdegno dei soldati arrivò tanto al colmo che alcuni di essi fucilarono il generale Briganti, che il giorno prima, senza nemmeno combattere, aveva dato ordine alle sue truppe di ritirarsi.NAPOLI: Il giorno 9 settembre arrivarono a Napoli i garibaldini. Mai si vide uno spettacolo piú disgustoso. Quell’accozzaglia era formata da gente sudicia, famelica e di razze diverse. Occuparono all’inizio Pizzofalcone, poi nei giorni seguenti si sparsero per la città, tutto depredando, saccheggiando ogni casa. Furono violentate le donne e assassinato chi si opponeva. Furono lordati i monumenti, violati i monasteri, profanate le chiese. Il giorno 11 Garibaldi con un decreto abolí l’ordine dei Gesuiti e ne fece confiscare tutti i beni. Furono incarcerati tutti quei nobili, sacerdoti, civili e militari che non volevano aderire al Piemonte, mentre furono liberati tutti i delinquenti comuni. Il Palazzo Reale fu spogliato di tutto quanto conteneva. Gli arredi e gli oggetti piú preziosi furono inviati a Torino nella Reggia dei Savoia. Il filibustiere con un decreto confiscò il capitale personale e tutti beni privati del Re dal Banco delle Due Sicilie, che fu rapinato di tutti i suoi depositi. Napoli in tutta la sua storia non ebbe mai a subire un cosí grande oltraggio, eppure nessun libro di storia “patria” ne ha mai minimamente accennato.CAPUA, VOLTURNO, GARIGLIANO, GAETA: eliminati i generali traditori, i soldati duosiciliani dimostrarono il loro valore in numerosi episodi. La vittoriosa battaglia sul Volturno non fu sfruttata solo per l’inesperienza dei nostri comandanti militari. In seguito, la vile aggressione piemontese alle spalle costrinse il nostro esercito alla ritirata nella fortezza di Gaeta, dove il giovane Re Francesco II e la Regina Maria Sofia, di soli 19 anni, diventata poi famosa con l’appellativo di “eroina di Gaeta“, si coprirono di gloria in una resistenza durata circa 6 mesi. Gaeta non poté mai essere espugnata dai piemontesi, ma solo bombardata. Con la resa di Gaeta (13.2.61), di Messina (14 marzo) e di Civitella del Tronto (20 marzo), il Regno delle Due Sicilie cessò di esistere. I Piemontesi non rispettarono i patti di capitolazione e i soldati duosiciliani in parte furono fucilati, altri furono deportati in campi di concentramento in Piemonte, Liguria e Lombardia. Di questi soldati, morti per la loro Patria, oggi non c’è nemmeno un segno che li ricordi e non meritavano l’oblio e la derisione cui li ha condannati la “leggenda” risorgimentale.PLEBISCITO: Il giorno 21 ottobre 1860 vi fu a Napoli, e in tutte le province del Regno, la farsa del Plebiscito. A Napoli, davanti al porticato della Chiesa di S. Francesco di Paola, proprio di fronte al Palazzo Reale, erano state poste, su di un palco alla vista di tutti, due urne: una per il SÍ ed una per il NO. Si votava davanti ad una schiera minacciosa di garibaldini, guardie nazionali e soldati piemontesi. Il giorno prima erano stati affissi sui muri dei cartelli sui quali era dichiarato “Nemico della Patria” chi si astenesse o votasse per il NO. Votarono per primi i camorristi, poi i garibaldini, che erano per la maggior parte stranieri, e i soldati piemontesi. Qualcuno dei civili che aveva tentato di votare per il NO, fu bastonato, qualche altro, come a Montecalvario, fu assassinato. Poiché non erano registrati quelli che votavano per il SÍ, la maggior parte andò a votare in tutti e dodici comizi elettorali costituiti in Napoli. Allo stesso modo si procedette in tutto il Regno, dove si votò solo nei centri presidiati dai militari con ogni genere di violenze ed assassini.LA RESISTENZA DUOSICILIANA: Proprio con la farsa dei plebisciti scoppiarono con grande violenza contro gli invasori garibaldini e piemontesi le prime rivolte, che si propagarono a macchia d’olio in tutto il Sud. Fu una vera e propria guerra di resistenza che durò piú di dieci anni, durante i quali le truppe piemontesi compirono tanti delitti e tali distruzioni che non si erano mai visti in alcun’altra guerra. Le forze militari impegnate dai piemontesi furono di circa 120.000 uomini, ai quali vanno aggiunti 90.000 militi della collaborazionista guardia nazionale. Queste forze, verso il 1865, comprendevano circa 550.000 uomini, quanto gli Americani nel Vietnam.Dopo la resa di Gaeta intere zone della Lucania, della Calabria, delle Puglie e degli Abruzzi si erano liberate dei presidi piemontesi ed avevano innalzato i vessilli duosiciliani. I piemontesi nel ritirarsi compirono molte rappresaglie su civili inermi. Nell’aprile del 1861 si formarono i primi grossi gruppi di resistenza comandati da Carmine Crocco, detto Donatello, Nicola Summa, detto Ninco Nanco, Domenico Romano, detto il sergente Romano, che liberarono centinaia di paesi. La reazione piemontese fu pronta. Per ordine del generale Cialdini interi paesi furono distrutti a cannonate e chi si opponeva in qualsiasi modo all’occupazione era fucilato immediatamente. Indicativo quanto avvenne il 14 agosto del 1861 a Pontelandolfo e Casalduni, ove allo scopo di terrorizzare le altre popolazioni vi furono saccheggi, violenze, stupri e le case furono bruciate e completamente rase al suolo. Vi furono oltre un migliaio di morti. Alcuni furono trucidati nel modo piú barbaro, con le teste mozzate poi esposte agli ingressi dei paesi come monito. I generali piemontesi, come Cialdini e tanti altri, furono dei veri e propri criminali di guerra, ma lo Stato “italiano” ancora oggi li venera come “eroi”.Dai dati ufficiali piemontesi, non attendibili, nel solo 1862 i paesi rasi al suolo furono 37, i fucilati furono 15.665, i morti in combattimento circa 20.000, incarcerati per motivi politici 47.700, le persone senza tetto circa 40.000. Ma nonostante l’impari lotta di un popolo male armato e scoordinato, costretto ad una vita difficilissima nelle valli e tra i monti, la guerriglia diventò sempre piú fiera, tanto che nel 1863 il Savoia valutò la possibilità di abbandonare i territori conquistati, ma poi il suo governo emanò la tragica legge Pica che autorizzava fucilazioni immediate senza alcun processo e la repressione continuò piú ferocemente. I numerosi gruppi della resistenza duosiciliana con velocissime incursioni attaccavano ovunque i rifornimenti militari, le colonne militari, distruggendo i collegamenti telegrafici e postali. Ma era una guerra impari e destinata all’insuccesso perché senza alcun aiuto esterno sia politico che militare. Nel frattempo tutti i macchinari industriali utili erano stati trasferiti al Nord, il resto fu distrutto per determinazione e per cause belliche. L’Ansaldo di Genova, ad esempio, che era una piccola officina, si sviluppò con i macchinari prelevati dallo Stabilimento di Pietrarsa. Nel 1862 i maggiori opifici tessili cessarono la produzione e cosí le cartiere, le ferriere della Calabria, le concerie. Alle ditte lombardo-piemontesi furono assegnati, per pura speculazione, lavori pubblici nelle province duosiciliane. La solida moneta duosiciliana d’argento e d’oro fu sostituita da quella cartacea piemontese. L’economia meridionale ebbe cosí un crollo verticale e la disoccupazione si aggiunse al dramma della guerriglia.Nel 1863 il debito pubblico piemontese fu unificato con quello di tutto il resto d’Italia. Il Sud “liberato” ne sopportò tutte le spese. Da quell’anno incominciò l’emigrazione, che in pochi anni diventò una vera e propria diaspora.Nel 1864 furono espropriati e venduti tutti i beni ecclesiastici e demaniali del Sud, il cui ricavato fu usato per il rilancio dell’agricoltura della Valle Padana. È di quell’anno lo scandalo delle speculazioni Bastogi nella costruzione delle ferrovie meridionali. Intanto in Sicilia, per catturare i renitenti alla leva, interi paesi erano circondati e privati dell’acqua potabile. I renitenti trovati, oppure i loro parenti, erano fucilati come esempio. Interi boschi, di estese dimensioni, furono bruciati perché i “briganti” non avessero piú la possibilità di rifugiarvisi.Nel 1865 fallirono quasi tutte le fabbriche meridionali, perché senza piú commesse. In quell’anno il carico fiscale fu aumentato dell’87%, ma il denaro cosí drenato fu tutto speso al Nord. Soprattutto quello tratto dall’agricoltura meridionale che finanziò le nascenti imprese industriali del Piemonte e della Lombardia.Nel 1866 anche in Sicilia si ebbero delle gravissime sommosse. Palermo scacciò i piemontesi, ma fu ripresa a seguito di un feroce attacco da parte di migliaia di soldati savoiardi sbarcati con numerose navi da guerra. Oltre ai duemila morti causati dalle cannonate in un solo giorno, si ebbero poi in tutta la Sicilia, nel giro di circa una settimana, 65.000 morti per il colera causato dalle devastazioni delle truppe piemontesi. Diventarono sistematiche la pratica della tortura e le ritorsioni sulla popolazione inerme, con stragi d’interi villaggi e la distruzione dei raccolti per affamare i paesi dove era piú forte la resistenza legittimista.La guerra di repressione, che dopo 10 anni determinò la definitiva conquista piemontese, costò al Regno delle Due Sicilie circa un milione di morti, 54 paesi rasi al suolo, 500.000 prigionieri politici, l’intera economia distrutta e la diaspora di molte generazioni. Il Piemonte ebbe il doppio dei morti che aveva avuto in tutte le sue sedicenti guerre d’indipendenza.&lt;br /&gt;LE CONSEGUENZE DELL’INVASIONE PIEMONTESE&lt;br /&gt;La storia piú che millenaria delle Due Sicilie, fatta da immense glorie e da immani tragedie, prima dell’occupazione piemontese, era stata la storia di un popolo che non aveva mai perso, nel bene e nel male, la propria identità nazionale. È stata, dunque, questa perdita, causata dalla forzata unificazione con gli altri popoli della penisola, mai subita prima di allora con le precedenti invasioni, nemmeno sotto la lunghissima dominazione romana, il piú grave danno inferto al Popolo Duosiciliano. Neanche Napoleone, che aveva messo a soqquadro tutta l’Europa, aveva mai pensato di unire il Regno delle Due Sicilie al resto della penisola italiana, ben conoscendo la storica diversità del mediterraneo popolo duosiciliano.L’invasione piemontese nel 1860 del pacifico Stato delle Due Sicilie fu ben piú di una semplice sconfitta militare e si può affermare che essa ha tanto inciso sulla nostra vita sociale ed economica che ancora oggi viviamo nell’atmosfera creata da quell’evento, dal quale sono nati tutti i nostri mali presenti. Gli effetti di una sconfitta militare, infatti, per quanto terribili, col tempo sono annullati se il territorio e la popolazione non sono annessi a quelli del vincitore. Per le Due Sicilie, invece, a causa della particolare posizione geografica, senza soluzione di continuità territoriale con il resto della penisola italiana, l’annessione ha prodotto effetti cosí devastanti che la coscienza del popolo stesso ne è stata modificata.Il Regno delle Due Sicilie proprio nel 1860 si stava trasformando in un grande Stato. C’erano tutte le premesse, perché allora era una tra le piú progredite nazioni d’Europa, ma la delittuosa opera delle sette che governavano la Francia e l’Inghilterra e la sete di conquista savoiarda ne distrussero i beni e le tradizioni, compiendo un vero e proprio genocidio umano e spirituale.Come fu precisato da Lemkin, che definí per primo il concetto di genocidio, esso «non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione ... esso intende designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali ... Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali, e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui ... non a causa delle loro qualità individuali, ma in quanto membri del gruppo nazionale».Si dice, inoltre, che vi sono due metodi per cancellare l’identità di un popolo: il primo è quello di distruggere la sua memoria storica; il secondo è quello di sradicarlo dalla propria terra per mischiarlo con altre etnie. Noi Duosiciliani abbiamo subíto entrambi i metodi, ma, avendo alle spalle una storia di quasi tremila anni, siamo rimasti almeno sempre fedeli alle nostre tradizioni. I settari hanno mistificato con la menzogna del cosiddetto “risorgimento” gli avvenimenti che causarono la perdita dell’indipendenza dello Stato delle Due Sicilie, proprio con lo scopo di giustificare quella che fu una vera e propria guerra d’aggressione contro i Duosiciliani. Il “risorgimento”, infatti, non fu espressione di una rivolta popolare che aveva quale suo obiettivo il suggestivo ideale dell’unità italiana, ma fu una vera e propria propaganda di guerra, un’invenzione che serví a nascondere - e a fabbricare la cosiddetta “opinione pubblica” - le vere intenzioni della classe dirigente del Piemonte che mirava ad impossessarsi ed a colonizzare il resto della penisola. La parola “risorgimento” si riferisce, infatti, solo a quel piccolo staterello, corrotto e pieno di debiti, quale era il Piemonte, che, in effetti, fu “usato” e reso servo a sua volta delle logge massoniche internazionali.La diffusione di queste menzogne, ideate dalla massoneria attraverso i “Congressi degli scienziati”, serví anche a coprire le reali intenzioni dell’Inghilterra e della Francia che volevano modificare l’assetto politico europeo a loro vantaggio. Gli esponenti al governo di queste due nazioni appartenevano alla ricca borghesia, protagonista della rivoluzione industriale inglese e della rivoluzione francese, e tendevano a moltiplicare i loro affari e traffici con l’ingrandire la loro influenza politica nel Mediterraneo, dove avevano i loro passaggi obbligati.Con il “risorgimento” furono inventate e diffuse grandi menzogne sullo Stato delle Due Sicilie, classiche quelle di Gladstone, e nascosti gli avvenimenti piú brutali della guerra d’annessione. Ogni cosa che riguardava le Due Sicilie fu demonizzata o messa in ridicolo, infamando col nome di «brigantaggio» anche la lunga guerra di resistenza fatta spontaneamente da tutto il popolo duosiciliano contro l’invasione piemontese.Tale irreale propaganda risorgimentale fu cosí pregnante che, dopo gli avvenimenti, il novello Stato «italiano», non potendo delegittimare se stesso rivelando la verità degli avvenimenti, ha dovuto trasformare il «risorgimento» in una religione di Stato, consacrando come “eroi” dei veri e propri criminali di guerra quali Cialdini, Garibaldi e tutti gli altri savoiardi, ai quali sono stati dedicati monumenti, strade, piazze e caserme. È questo, insomma, un esempio classico di come la storia è sempre scritta dal vincitore e che spiega perché queste menzogne siano continuamente e ufficialmente diffuse da uno Stato che si proclama “italiano”, ma che nei fatti è rimasto uno Stato “piemontese”. Numerosi scrittori, inoltre, hanno raffigurato la situazione dei Territori duosiciliani “dopo” che vi era stata la devastazione piemontese, attribuendo all’amministrazione duosiciliana le pessime condizioni sociali ed economiche in cui erano state ridotte le Due Sicilie a causa dell’aggressione savoiarda. Il fatto piú spregevole è che tali menzogne sono obbligatoriamente insegnate come storia ufficiale ai nostri figli, i quali si formano in un culto che, non solo non è il nostro, ma è stato creato proprio contro di noi Duosiciliani.Avvenuta la conquista di tutta la penisola, la prima cosa che i piemontesi fecero fu quella di impossessarsi di tutte le riserve di denaro nelle banche degli Stati appena conquistati. La Banca Nazionale degli Stati Sardi (privata) divenne, dopo qualche tempo, la Banca d’Italia (sempre privata), cosí com’è ancora oggi. La Banca d’Italia è, infatti, allo stato attuale, di proprietà dell’ICCRI, Banca San Paolo - IMI, Banco di Sardegna, Banca Nazionale del Lavoro, Monte dei Paschi di Siena, Mediobanca, Banca di Roma, Unicredito.A seguito dell’occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete d’oro per trasformarle in carta moneta secondo le leggi piemontesi, poiché in tal modo i Banchi avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e sarebbero potuti diventare padroni di tutto il mercato finanziario italiano. Quell’oro, invece, attraverso apposite manovre piano piano passò nelle casse piemontesi. Eppure, nonostante tutto quell’oro rastrellato al Sud, la nuova Banca d’Italia (sempre di proprietà privata), risultò non avere parte di quell’oro nella sua riserva. Evidentemente quest’oro aveva preso altre vie. Esso, infatti, fu utilizzato per la costituzione di imprese al nord tramite il finanziamento operato da banche, subito costituite per l’occasione, che allora erano socie della Banca d‘Italia: Credito mobiliare di Torino, Banco sconto e sete di Torino, Cassa generale di Genova e Cassa di sconto di Torino.Le sottrazioni operate e l’emissione non controllata della carta moneta ebbero come conseguenza che ne fu decretata già dal 1863 il corso forzoso, in altre parole la lira carta non poté piú essere cambiata in oro. Oltre ai conseguenti danni per il risparmio di tutte le popolazioni della penisola, da qui incominciò a nascere il «Debito Pubblico»: lo Stato, in pratica, per finanziarsi iniziò a chiedere carta moneta ad una banca privata (qual è la Banca d’Italia). Lo Stato, quindi, a causa del «genio» di Cavour e soci, cedette da allora la sua sovranità in campo monetario affidandola a dei privati, che non ne hanno alcun titolo (la sovranità per sua natura non è cedibile perché è del popolo e dello Stato che lo rappresenta).Solo con la conquista delle Due Sicilie, dunque, con il denaro sottrattogli e con il sacrificio di questo fu possibile impostare “dopo” un programma di riforme che permisero la nascita delle industrie e delle infrastrutture nel Nord dell’Italia. Ovviamente, per permettere lo sviluppo delle loro nascenti industrie, il Piemonte eliminò non solo la concorrenza delle industrie duosiciliane, ma coprí negli anni successivi con prodotti delle nuove aziende piemontesi e lombarde tutto il mercato interno in una situazione di monopolio. Per ottenere questo, gli occupanti attuarono nei territori conquistati varie azioni, che in sostanza furono quelle di decretare nuove misure doganali nelle Due Sicilie, particolarmente gravi per le industrie siderurgiche e meccaniche. Poi sottrassero al Sud tutte le commesse militari e ferroviarie e impoverirono i capitali duosiciliani con un maggior drenaggio fiscale, utilizzando le risorse cosí ricavate esclusivamente nell’area lombardo-piemontese. Numerosissime ricchezze, inoltre, furono rapinate per uso personale dagli invasori, che distrussero volutamente numerosi opifici, come ad esempio a Mongiana ed a Pietrarsa. L’economia dell’Italia meridionale, poi, ebbe un crollo verticale non solo perché, da dopo l’unità e a tutt’oggi, il suo centro propulsore gravitò solo al Nord, ma anche perché fu imposto dal Piemonte, che non aveva nulla da perdere, una politica di libero scambio che stroncò le industrie duosiciliane non ancora completamente affermatesi. Il governo imposto dai piemontesi in tutta la penisola conquistata era eletto da un parlamento composto di una minoranza borghese che escludeva la quasi totalità degli abitanti. Anche dopo le riforme volute dalla sinistra, solo il 9% aveva diritto al voto e di questa percentuale facevano parte solo le classi agiate che imposero tasse, pubblica sicurezza, codice civile e penale, scuole e amministrazione esclusivamente a favore dei propri interessi.L’impossessamento di tutta la penisola italiana scatenò, di conseguenza, le mire affaristiche della borghesia dominante, che, sconvolgendo tutti i valori sociali preesistenti, provocò forti tensioni sociali particolarmente nelle Due Sicilie, dove, infatti, le terre demaniali divennero proprietà privata, originando i latifondi dai quali i contadini furono scacciati, causando per di piú la distruzione della rilevante produzione agricola. Circa 600 milioni di lire di allora, raccolta con la vendita delle terre demaniali, quasi tutta la riserva liquida degli abitanti duosiciliani, fu trasferita nelle casse del Piemonte. In tal modo la borghesia dell’ex Regno delle Due Sicilie, diventato nel 1861 una provincia del nuovo Stato unitario, si precluse definitivamente la via dello sviluppo economico, convinta che solo con il reddito agrario potesse finalmente affermare il suo predominio. Concezione del tutto suicida che era già stata con lungimiranza contrastata dall’accorta amministrazione dei Borbone, i quali avevano intuito che non solo non vi poteva essere progresso con la sola agricoltura, ma che tale progresso andava costruito accortamente e senza sconvolgimenti sociali. Tale cieca borghesia, infatti, spinse alla fame ed alla disoccupazione i contadini che, privati delle terre, non poterono piú usufruire degli usi civici, per mezzo dei quali era consentito a tutti di avere una sicura economia domestica.L’occupazione militare piemontese provocò, conseguentemente, una violenta e diffusa guerriglia di resistenza contro quello che era considerato a tutti gli effetti un esercito straniero, e contro i “galantuomini” collaborazionisti dei nuovi governanti. Gli occupanti, allora, per poter conservare i nuovi territori conquistati, attuarono una feroce repressione contro la popolazione civile e contro la sua economia. Le atrocità commesse dai piemontesi e dai loro collaborazionisti, particolarmente nel periodo del cosiddetto “brigantaggio”, possono sembrare mostruose e incredibili, ma in parte, nonostante siano ancora coperte da segreto di Stato, sono documentate negli Atti Parlamentari, in quello che resta delle relazioni della Commissione d’inchiesta sul brigantaggio, nei vari carteggi parlamentari dell’epoca e nella varia documentazione custodita negli Archivi di Stato dei capoluoghi dove si svolsero i fatti.I piemontesi compirono, inoltre, numerosissime crudeltà anche nei confronti dei prigionieri di guerra duosiciliani stipati come bestie in campi di concentramento di proposito allestiti in Piemonte, Liguria e Lombardia. Nel lager di Finestrelle i prigionieri duosiciliani venivano eliminati nella calce viva. Il trattamento in questi campi fu, dunque, disumano e fu attuato contro gente colpevole solo di aver difeso la propria Patria e di aver tenuto fede ad un giuramento. Tutto questo in spregio totale alle condizioni di capitolazioni firmate dagli stessi ufficiali piemontesi. Mai, nella loro storia lunga oltre 700 anni, le Terre Napoletane e quelle Siciliane avevano subito una cosí atroce invasione e tutto questo causò anche l’inizio di una massiccia emigrazione che raggiunse ben presto il carattere di una diaspora che continua ancora oggi. Un fenomeno che, prima dell’invasione piemontese, non esisteva nelle Due Sicilie, ma che era invece particolarmente rilevante nelle regioni settentrionali della penisola dove la disoccupazione era un fatto endemico. Numerosissimi settentrionali, infatti, emigravano proprio nelle Due Sicilie per trovarvi lavoro.Le masse contadine, degli operai e degli artigiani, piegate dalla forza, ma non nel morale, non poterono trovare altro sbocco per sopravvivere che nell’emigrazione, favorita interessatamente dagli invasori. Calabresi, Abruzzesi, Molisani, Campani, Lucani, Pugliesi e Siciliani dovettero partire per terre lontane, spesso non sapendo nemmeno quale fosse la loro destinazione finale, verso un mondo del tutto ignoto. In quelle terre lontane e ostili, tuttavia, sono riusciti a far emergere le loro antiche virtú mediterranee, costruendo a volte ricchezze straordinarie, con la loro Patria nel cuore e che i figli dei figli oggi hanno quasi dimenticato, perché sono diventati americani, canadesi, argentini, venezuelani, cileni o australiani.Anche in questa loro diaspora, circa 23 milioni d’emigranti a tutt’oggi, molto piú grande di quella tanto conosciuta degli ebrei, sono stati sfruttati dai piemontesi, che utilizzarono i loro risparmi, inviati dagli stessi emigrati per aiutare le loro famiglie d’origine, risparmi che, salvarono le esauste finanze dello Stato “italiano” e andarono a finanziare le nascenti industrie delle aree lombarde, piemontesi e liguri. Tali industrie poi, con la vendita dei loro prodotti al “Sud”, vi hanno ricavato altri guadagni, mentre l’ex Reame si andava impoverendo sempre piú, perdendo via via anche i suoi figli migliori, i piú intraprendenti, costretti ad emigrare in tutto il mondo.Ben piú deleteria fu poi l’emigrazione che iniziò a partire dalla seconda metà del 1950, che, depauperando il Sud di quanto ancora restava dell’antica società, ha dissolto e trasformato in quelli che sono rimasti, attraverso la scuola, partiti politici e mezzi d’informazione, le tradizioni piú caratteristiche e la propria identità, che si è andata omologando ai nuovi comportamenti globalizzanti dei consumi&lt;br /&gt;CONSIDERAZIONI FINALI&lt;br /&gt;La principale causa del crollo delle Due Sicilie va, senza dubbio, inquadrata nel marciume generato dalla corruzione massonica. Esso era dappertutto: nelle articolazioni statali, nell’esercito, nella magistratura, nell’alto clero (fatta salva gran parte dell’episcopato), nella corte del Re, vera tana di serpenti velenosi. Infatti, come ha esattamente analizzato Eduardo Spagnuolo: «addebitare ai piemontesi le colpe del nostro disastro è vero solo in parte e contrasta anche con i documenti dell’epoca. La responsabilità della perdita della nostra indipendenza e della nostra rovina è per intero della classe dirigente duosiciliana, che si fece corrompere in ogni senso. Non a caso le bande guerrigliere piú motivate, come quella del generale Crocco e del sergente Romano, si muovevano per colpire, innanzitutto, i collaborazionisti e gli ascari delle guardie nazionali».Dopo il 1860 non ci fu soltanto un popolo in lotta contro un esercito aggressore, come nel 1799, ma una guerra civile tra gli strati popolari e la minoranza collaborazionista, tutta proveniente dalle classi alte. I piemontesi, come ha giustamente indicato ancora Eduardo Spagnuolo: «vinsero perché si erano precedentemente assicurati, attraverso l’azione sovversiva della massoneria, l’adesione dei “galantuomini” del Sud, i veri criminali briganti. Se non avessero avuto questo consenso fondamentale, mai e poi mai si sarebbero azzardati ad attaccarci. Se un popolo, infatti, insieme alla sua classe dirigente (o almeno con una parte consistente di essa) ha veramente voglia di resistere, non c’è repressione che tenga, anche se la vittoria piemontese sul campo era stata ottenuta soprattutto grazie ad una schiacciante superiorità di mezzi materiali e ad un’ottima organizzazione bellica frutto dell’esperienza delle varie guerre precedenti. All’eliminazione della “classe dirigente borbonica” contribuí, purtroppo, lo stesso Francesco II, che, nel concedere la costituzione, corrispose esattamente al piano diabolico dei liberali. Con la promulgazione della costituzione (che Ferdinando II aveva espressamente raccomandato al figlio di non concedere) furono eliminati legalmente i funzionari fedeli e soprattutto fu paralizzato il popolo attraverso il disarmo legale della Guardia Urbana, milizia popolare in stragrande maggioranza fedele al Re. Nonostante lo sfaldamento del nostro esercito, la partita poteva ancora essere vinta, o quanto meno si poteva veramente colpire con efficacia l’aggressore piemontese, ma la concessione reale della costituzione (nell’illusione di avere favorevoli i liberali, decisi, invece, a svendere la propria terra allo straniero) chiuse i giochi ancora prima di iniziare la partita. Attraverso di essa, infatti, quella parte della borghesia traditrice, proprio in nome di Francesco II, si impadroní di tutte le leve del potere, disarmando il popolo e armando, attraverso la ricostituita Guardia Nazionale, i sostenitori dei “galantuomini”. A quel punto, regnando ancora nominalmente Francesco II, la magistratura, le autorità municipali e le forze di polizia finirono saldamente in mano al nemico. Il popolo si ritrovò completamente abbandonato e soprattutto senza possibilità di comunicazione con la “classe dirigente borbonica” legalmente allontanata da ogni carica istituzionale. Contemporaneamente, primissima operazione delle “autorità”, fu quella di allontanare tutti i vescovi dalle loro diocesi, episcopato che, essendo di nomina reale, poteva costituire una serissima e autorevolissima opposizione. È da rilevare, inoltre, che la resistenza non iniziò quando vennero i piemontesi, ma cominciò proprio quando fu concessa la costituzione liberale, che anche alcuni vescovi, specie delle Puglie, contrastarono attivamente. Se ben si osserva, da un punto di vista strettamente giuridico, i primissimi moti popolari avevano infatti un carattere “antiborbonico”, poiché andavano contro la costituzione, in altre parole contro un corpo di leggi del Regno delle Due Sicilie promulgate su espressa volontà del legittimo Re Francesco II di Borbone. Il popolo, in realtà, aveva compreso immediatamente tutta la malizia dei liberali e si era mosso per contrastarla».L’opposizione armata, tuttavia, fu soltanto un aspetto della piú vasta resistenza all’invasione piemontese, perché tale resistenza si sviluppò per anni in modo civile. Numerose furono le proteste della magistratura e dei militari, le resistenze passive dei dipendenti pubblici e i rifiuti della classe colta a partecipare alle cariche pubbliche. Innumerevoli furono le manifestazioni di malcontento della popolazione, soprattutto nell’astensione alla partecipazione ai suffragi elettorali, e la diffusione ad ogni livello della stampa legittimista clandestina contro l’occupazione piemontese.La resistenza duosiciliana, definita “brigantaggio”, è stato analizzata e variamente spiegata, volendo dimostrare da una parte che essa era una specie di esercito sanfedista, sorretto dai reazionari duosiciliani, ma senza un capo carismatico, come lo era stato il cardinale Fabrizio Ruffo nel 1799, dall’altra che essa era un fenomeno esclusivamente sociale dovuto alle lotte contadine contro i cosiddetti “galantuomini”, che avevano usurpato le terre demaniali e i beni della Chiesa, sfociando poi nel crimine. In realtà, se qualcosa di vero di queste due tesi può essere considerata una componente di tutto l’insieme, è evidente dai fatti che tutto un popolo ha lottato contro l’invasione di un esercito considerato straniero e contro i traditori collaborazionisti per lunghissimi anni. A questa guerra di resistenza, parteciparono, infatti, oltre ai contadini, militari del disciolto esercito duosiciliano, avvocati ed impiegati, operai e studenti, sindaci e magistrati. Numerosi furono anche legittimisti stranieri, particolarmente spagnoli, che fecero parte della resistenza duosiciliana. Il “brigantaggio”, in sostanza, fu la reazione di una nazione intera in difesa della sua autonomia e della sua cultura quasi millenaria. Una resistenza che avvenne spontaneamente, dunque, ma purtroppo quando ormai il Regno delle Due Sicilie non aveva piú i suoi gangli vitali. Ben diversi sarebbero stati i risultati se Francesco II avesse egli stesso spronato tutto il popolo alla resistenza ancor prima che avesse avuto luogo l’invasione piemontese.La resistenza duosiciliana iniziò con piccoli episodi isolati, e quindi non coordinati, nell’agosto del 1860, subito dopo lo sbarco dei garibaldini provenienti dalla Sicilia. Inizialmente fu soprattutto la popolazione delle campagne che si rivoltò contro i comitati liberali filogaribaldini, ripristinando i simboli duosiciliani e i legittimi poteri nei vari paesi dell’entroterra. La resistenza divenne piú consistente subito dopo l’occupazione piemontese e ad essa parteciparono migliaia di soldati duosiciliani sbandati, coscritti che rifiutavano di servire un’altra bandiera e persone d’ogni settore sociale. Divenne, poi, una vera e propria rivolta popolare quando le truppe piemontesi iniziarono una feroce repressione con esecuzioni sommarie e con arresti in massa. Nel corso dell’anno 1861 e del 1862 fu tutto un intero popolo che si sollevò, tanto che furono perseguitati anche il clero e i nobili lealisti che dovettero emigrare lasciando la resistenza priva di guida politica. Particolare attenzione fu data dagli occupanti all’informazione a mezzo stampa, mediante la quale era deformata qualsiasi notizia al fine di presentare la resistenza duosiciliana come espressione di criminalità comune e per nascondere le atrocità commesse dagli stessi invasori. Il compito di eseguire questa criminale azione di repressione fu affidato principalmente al generale Cialdini che ordinò eccidi, rappresaglie, saccheggi e distruzioni di centinaia di centri abitati per impedire che l’insurrezione diventasse del tutto incontrollabile.Prima dell’invasione, l’ultima calata di barbari nel Sud della penisola italiana, della cosiddetta “Unità d’Italia” non se n’era mai sentita l’esigenza tra le restanti popolazioni italiane, né esistono documentazioni o pubblicazioni di alcun genere che parlano di “spirito nazionale” antecedente ai “fatti risorgimentali”. L’idea unitaria, infatti, non ebbe mai alcun sostegno popolare efficace e fu soltanto un movimento di pochi, soprattutto di massoni “borghesi”, cioè legati soltanto ad interessi materiali. L’“ideale” del cosiddetto “risorgimento”, propagandato dai settari, era, in effetti, un’esigenza dei territori del Nord dell’Italia, che, oltre ad essere governati ancora in modo feudale, erano occupati da potenze straniere. Il colmo era poi dato dal Piemonte, governato dai Savoia che erano francesi, e che, proprio loro, dicevano di voler “liberare l’Italia dagli stranieri”.Il marchese Villamarina fu l’anello che legò la dinastia sabauda alle mire della massoneria e di essa la rese serva fino a portarla sotto le ali di Cavour, servo a sua volta degli inglesi. Ai Savoia, in ogni modo, non interessava niente della libertà degli Italiani, a loro interessava solo ingrandire i propri possedimenti, sfruttando per i propri interessi gli stessi Italiani, che costrinsero con perversione a combattere tra loro. Che fosse una guerra di conquista, e non un progetto di ideale unità, non v’è alcun dubbio se solo si osserva il modo di governare dei nuovi “padroni”, che mirarono unicamente a saccheggiare tutte le ricchezze del Reame con l’interessato sostegno dalla borghesia lombardo-piemontese.Gli abitanti delle Due Sicilie furono usati, infatti, prima come carne da cannone per le altre guerre coloniali e mondiali dei Savoia, poi come mercato per i prodotti delle industrie del Nord. La classe politica meridionale, inoltre, allo scopo di conservare piccoli vantaggi domestici, ha fiancheggiato sempre tutti i governi che si sono avvicendati in Italia dall’inizio dell’occupazione, governi che pur definendosi “italiani”, hanno curato solo gli interessi delle lobby del cosiddetto “triangolo industriale”, le quali mantengono eterna la “questione meridionale” per lucrarne gli appalti, mentre i ciechi politici meridionali, accontentandosi di lucrarne i voti elettorali, sono diventati i loro servi sciocchi.Il Popolo delle Due Sicilie, in tutta la sua lunghissima storia, non ha mai fatto una guerra d’aggressione contro altre nazioni. Ha dovuto, invece, sempre difendersi dalle aggressioni degli altri popoli, che l’hanno assalita con le armi o con le menzogne. Ancora oggi dal Nord dell’Italia, per una congenita ignoranza, alimentata continuamente dalla propaganda risorgimentale fatta instancabilmente dai vertici dello Stato “italiano”, i Duosiciliani sono ancora puerilmente aggrediti con violenze verbali e con luoghi comuni sui “meridionali”. Nella considerazione di tutti gli avvenimenti succedutisi dopo il 1860 fino ad oggi, si può senza dubbio affermare che proprio con il cosiddetto “risorgimento”, a causa dell’aggressività della sua natura, si originò quel processo politico, che, passando attraverso continue guerre, per lo piú suggestivamente etichettate, ebbe il suo culmine nel fascismo, che disfece con la sua fine tutta la penisola italiana, prima del “risorgimento” cosí ricca di valori, nella sciatta repubblica in cui oggi viviamo. Una repubblica che, mentre da una parte rinnega il fascismo, dall’altra esalta contraddittoriamente il “risorgimento” che ne fu in sostanza la matrice.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2540496170758466033-3919165295344286861?l=duesicilie-briganti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/feeds/3919165295344286861/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2540496170758466033&amp;postID=3919165295344286861' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/3919165295344286861'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/3919165295344286861'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/2008/05/breve-storia-delle-due-sicilie-di.html' title='BREVE STORIA DELLE DUE SICILIE, di Antonio Pagano'/><author><name>Comitati Due Sicilie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/15213686051266130134</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2540496170758466033.post-2560737519514309057</id><published>2008-05-28T13:04:00.000-07:00</published><updated>2008-05-28T13:08:14.108-07:00</updated><title type='text'>I POLITICI CALABRESI NON ESPRIMONO UN MINIMO DI PROGETTUALITÀ</title><content type='html'>&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;L'oblio è tornato ad essere la condizione riservata alle vicende della mia disgraziata regione.Il nuovo presidente della Camera è stato a Reggio nei giorni scorsi e si è limitato a slogheggiare ( la cosa che gli riesce meglio a mio modesto parere).Dire che i fatti di Duisburg non rappresentano il vero &lt;span style="font-family:verdana;"&gt;volto&lt;/span&gt; della Calabria, mi può trovare pure d'accordo, ma è l'unico che trova spazio nei media a livello mondiale.Dire che in Calabria occorre puntare sul turismo è , imho, dire che il sole sorge ad Est. Dato che il turismo per essere volano di sviluppo, nella mia regione, ha bisogno di ben altra qualità e progettazione rispetto all'esistente.Fare una comparsata e dire ovvietà non da alcuna risposta ai tanti interrogativi, alle tante istanze, provenienti da una terra, nella quale, non so se lo Stato eserciti completamente la sua sovranità.&lt;br /&gt;D'altro canto i politici Calabresi non esprimono un minimo di progettualità, limitandosi a frignare facendo notare che se il federalismo fiscale fosse approvato sarebbe una iattura per la mia Regione in quanto essa copre con propri tributi solo il 22% del proprio fabbisognoSi spenda di meno, che diamine! Si rinunci a qualche privilegio! Si dia un minimo di giustificazione a ciò che tale regione consuma, dato che è sempre più derelitta, sempre più disgraziata, sempre più nella melma.L'ottimismo non alberga più nella mia mente poiché non esiste una opinione pubblica Calabrese matura capace di dare il giusto valore al proprio diritto dovere di esercitare voto. Qui si vota l'amico , il parente o il compare in cambio della richiesta di favori. Non esiste il voto d'opinione.Prima di disquisire di qualsiasi altra cosa, penso sia necessario chiedersi se questa terra possa avere un futuro, partendo dall'ABC.Non esistendo più stipendifici è necessario pensare ad una qualche forma di economia produttiva di valore.Ma la Calabria è pronta al mutamento epocale?...........IO direi di si se avesse ben altra qualità politica a tutti i livelli, ma per sperare in questo sarebbe necessario educare la popolazione a votare le persone con idee e progetti, che ci sono, ma non emergono nella logica del voto parentale e clientelare.E' questa la vera Rivoluzione da attuare!&lt;br /&gt;Fortunato Vadalà&lt;br /&gt;coordinatore CDS sez. Calabria&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2540496170758466033-2560737519514309057?l=duesicilie-briganti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/feeds/2560737519514309057/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2540496170758466033&amp;postID=2560737519514309057' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/2560737519514309057'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/2560737519514309057'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/2008/05/i-politici-calabresi-non-esprimono-un.html' title='I POLITICI CALABRESI NON ESPRIMONO UN MINIMO DI PROGETTUALITÀ'/><author><name>Comitati Due Sicilie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/15213686051266130134</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2540496170758466033.post-4245473633818473410</id><published>2008-05-27T13:33:00.000-07:00</published><updated>2008-05-28T13:03:58.459-07:00</updated><title type='text'>SUD TERRA DI SPERANZA</title><content type='html'>Qualche giorno fa mi è capitato sottomano un calendario di quest’anno, realizzato dai giovani dell’Unità Pastorale di Quinto Vicentino e Valproto, che hanno inteso, attraverso questo mezzo (cosa un po’ insolita) pubblicizzare un loro progetto dal titolo “Sud , terra di speranza”, attuato tra il 2006 e 2007 in alcune località meridionali. Più specificamente questi giovani si sono resi &lt;span style="font-family:verdana;"&gt;promotori&lt;/span&gt;, assieme a dei loro coetanei, residenti in alcuni paesi in cui sono stati confiscati terreni alla mafia calabrese e siciliana, della costituzione di cooperative di lavoro, per impiegare i giovani del posto in attività agricole. Nelle pagine interne del calendario vi sono foto che li ritraggono nel lavoro di mietitura, di semina e di raccolto dei diversi prodotti. Nella prima pagina invece, vengono riportate le motivazioni di questo progetto che, a mio avviso, appare estremamente interessante e per questo ritengo sia opportuno riportarne integralmente il testo: La speranza passa per i crocevia del SUD.Il sud del nostro paese lo conosciamo poco, e quel poco che conosciamo a volte fa paura, ma il più delle volte lo “giudichiamo”. Lo giudichiamo povero, opportunista, schiavo, ladro poco avvezzo alla fatica … mafioso. Eppure quel sud lo conosciamo solo per sentito dire alla stampa o alla Tv, lo associamo a parole come Cosa Nostra, ‘Ndrangheta, sacra Corona, Camorra, perché spesso le nostre sortite a sud si sono risolte come un rullino o un CD di fotografie, in riposo su spiagge di fronte a un mare stupendo, con le spalle rivolte alle case, alla gente, ai loro sguardi silenziosi. I pochi scorci che abbiamo immortalato non spingono oltre il muro della nostra omertà: non abbiamo visto niente, non abbiamo sentito niente, non sappiamo … niente. Toccandolo anche solo un pochino abbiamo scoperto qualcosa che è così evidente. Abbiamo scoperto un sud solare, caldo, caldissimo, anche nel cuore. Un sud dove la terra è dura da coltivare, aspra, ma generosa. Un sud avvolto dal male, da una cultura che permea i rapporti, i tentativi, le ricerche, le omertà, avvolto da una parola che è reale, che fa paura, che cristallizza, la parola mafia. Abbiamo compreso che essa è il tentativo violento di occupare un territorio, di impadronirsi delle strutture sociali (dalle istituzioni più alte a quelle più quotidiane), di imporre una cultura della paura e dell’asservimento. Arriva persino a falsificare il linguaggio: “uomo d’onore”, questo è il titolo mafioso. Che onore c’è nel guardare solo a se stessi, solo alla propria famiglia, solo al proprio potere e al proprio guadagno? Che onore ci può esser nell’approfittare dei poveri per renderli ancora più schiavi? Che onore c’è nel fare i soldi senza rispettare le leggi, la dignità altrui, l’ambiente? Questo sud è anche terra dai colori intensi, dai profumi profondi. Un sud che è fatto do volti avviliti, ma anche dignitosi, capaci di riscatto, di novità, di coraggio. Un sud che è terra di speranza, dove fioriscono cooperative alternative al mercato controllato da poche famiglie, dove alcuni si oppongono alla logica dell’intimidazione e rischiano di persona. Quelli rischiano davvero …la pelle, la propria famiglia! Ecco perché un calendario che ci inviti a guardare a sud. Perché hanno bisogno del nostro sostegno, della nostra fiducia, della nostra tenerezza. E perché noi abbiamo bisogno di non barare con noi stessi, di non far finta che la mafia sia solo degli altri, che le nostre verdi terre siano immacolate. Ricordiamo il sangue che ha irrorato le sponde del fiume Brenta fino a pochi anni fa o le lobby che controllano i mercati internazionali!Il sud è per noi e per tutti un crocevia di speranza perché lì sta rinascendo l’esperienza della legalità, lì la persona suda sangue per riscattare la propria libertà di essere se stesso … Un progetto estremamente interessante messo in atto da giovani che, pur vivendo al Nord, non si sono fatti influenzare dai continui e martellanti giudizi negativi emessi sulle genti del Sud, ma che invece hanno saputo dare una interpretazione più obiettiva della situazione meridionale. Un progetto che nello stesso tempo, rappresenta un ulteriore stimolo per tutti coloro che, come noi, auspicano che sia la gente del Sud a farsi protagonista del proprio riscatto.&lt;br /&gt;Mauro Giaquinto&lt;br /&gt;Presidente CDS Caserta-Terra di Lavoro&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2540496170758466033-4245473633818473410?l=duesicilie-briganti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/feeds/4245473633818473410/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2540496170758466033&amp;postID=4245473633818473410' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/4245473633818473410'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/4245473633818473410'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/2008/05/sud-terra-di-speranza.html' title='SUD TERRA DI SPERANZA'/><author><name>Comitati Due Sicilie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/15213686051266130134</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2540496170758466033.post-8409618110961151267</id><published>2008-05-14T05:00:00.000-07:00</published><updated>2008-05-14T05:02:03.170-07:00</updated><title type='text'>A SUD DI UN PROBABILE SUD</title><content type='html'>Caserta 12 maggio 2008&lt;br /&gt;Quando i CDS furono contattati dalla segreteria nazionale della MPA per una eventuale sinergia per l’ultima tornata elettorale , rimanemmo un bel poco spiazzati, il sodalizio si era da pochissimo &lt;span style="font-family:verdana;"&gt;formato&lt;/span&gt;, anche se molti degli aderenti al movimento si conoscevano da lungo tempo, rimanemmo spiazzati e sorpresi ed anche abbastanza contenti del fatto di essere stati contattati da Lombardo, perché in un certo qual modo significava una certificazione della bontà del progetto Comitati ed anche di una riconosciuta e certa serietà dei componenti stessi  del nostro circolo.Purtroppo il tempo tra la composizione del nostro nuovo soggetto e la proposta della MPA era caduto in un momento eccessivamente sollecito , dovevamo dare in un breve lasso di tempo una risposta sia essa di rifiuto o di adesione alle candidature nel movimento per l’autonomia a stretto giro, in pratica dalla proposta di collaborazione alla nostra risposta il tempo avuto a disposizione è stato di due settimane. Il tutto accadeva nel mese di marzo  ed i CDS si erano ufficialmente costituiti alla fine di dicembre del 2007, con cariche nazionali ancora da definire e con i vari coordinamenti locali in via di allestimento, un maledetto fulmine a ciel sereno.&lt;br /&gt;L’unica possibilità che si è avuta per prendere una decisione della questione in essere che ebbi come segretario nazionale fu aprire un sondaggio interno ai soci e simpatizzanti più seri del nostro movimento, il 70% delle risposte all’ esame fu una forte volontà di “provarci” . Le trattative a questo punto per aderire a candidarsi  furono intavolate sia con la sede di Lombardo di via Dell’Oca che con quella napoletana di piazza Borsa, le posizioni di lista da noi richieste e concesse non furono rispettate, quindi solo per questo motivo rinunciammo a fare campagna elettorale e non come iniquamente si è letto su qualche blog dei tanti che si occupano di “cose” meridionali per altre subdole elucubrazioni. Resta il rammarico comunque che a subire offese e cattiverie subito dopo il nostro accordo non arrivavano dal mondo esterno , che combatte le nostre idee, ma dall’interno stesso del misconosciuto mondo diciamo così meridionalista. Alcuni di questi attacchi sono stati per la verità di una bassezza tale che a questo punto non vale neanche la pena elencare . Nel film di Magni “ ’O Re “ ad un certo punto un francese che aveva sposato la causa delle Due Sicilie combattendo al fianco dei briganti, rivolgendosi a Borges dice : “ Sono più i briganti uccisi da briganti che quelli ammazzati dai piemontesi” in pratica a distanza di quasi centocinquanta anni si è ripetuta nei nostri confronti la stessa identica situazione.Ciò che è raccapricciante oggi , leggendo  alcuni commenti di pseudo pensatori sudichi è una quasi  goduria primordiale se non onanismo eccentrico  nel vedere l’unico movimento politico che parla di Sud maltrattato dal governo Berlusconi. Sommessamente credo che ciò sia allucinante invitando caldamente codesti incomprensibili scellerati quindi possibilmente a cambiare fornitore di fumo. Ritornando alla questione seria della collaborazione con Lombardo, tra l’altro Presidente della regione Sicilia nonostante un 1,1% nazionale come budget ,  credo che ad oggi sia l’unica possibilità reale per dare voce anche politicamente alle spettanze della nostra gente e del nostro immediato futuro. Le opportunità per entrare nel giogo politico la MPA ce le può fornire, adesso bisogna creare gli uomini da mandare alla pugna , per questo è solo per questo la proposta di  marzo cadeva troppo rapidamente sul nostro cammino, nasceva e vive per questo il progetto CDS , per creare una palestra di preparazione per le campagne politiche e sociali da affrontare attraverso l’indottrinamento del senso di appartenenza ed identitario duosiciliano. Personalmente ritengo che la strada sinergica con Lombardo non vada assolutamente interrotta. Sono gli uomini che contano in questi frangenti , quelli che hanno dato modo in questi anni , attraverso la loro storia personale , che ci può essere un mondo migliore per le nostre contrade, quelli che hanno manifestato dissenso alle istituzioni in occasioni pure altamente rilevanti come in pretesto degli scempi ambientali e degli oltraggi pure morali, culturali ed economici subiti dalle nostre terre e dalla nostra gente, mettendoci la faccia ed il cuore, indicando anche opinioni,versioni ed indirizzi costruttivi per il nostro amato Sud,non c’è di meglio credo a farsi rappresentare da tali figure ed è questa la vera intuizione degli ultimi tempi per noi “operai” della Nazione Due Sicilie.  Qualsiasi altro argomento di dissenso su questa azione credo nasca dalla mancanza di progettualità e di deficienza di coraggio che in alcuni casi è il vero scompensatore che gravità attorno al cosmo meridionalista e che è il freno a volte che non consente di fare seriamente le cose.&lt;br /&gt;Fiore Marro&lt;br /&gt;Segretario NazionaleComitati Due Sicilie&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2540496170758466033-8409618110961151267?l=duesicilie-briganti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/feeds/8409618110961151267/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2540496170758466033&amp;postID=8409618110961151267' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/8409618110961151267'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/8409618110961151267'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/2008/05/sud-di-un-probabile-sud.html' title='A SUD DI UN PROBABILE SUD'/><author><name>Comitati Due Sicilie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/15213686051266130134</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2540496170758466033.post-4179836688939305843</id><published>2008-05-07T15:45:00.000-07:00</published><updated>2008-05-07T15:46:29.869-07:00</updated><title type='text'>Giuseppe Nicola Summa alias Ninco Nanco</title><content type='html'>Nato ad Avigliano il piccolo Giuseppe Summa, aveva presto seguito con profitto le orme dei genitori: I tormenti subiti dalle popolazioni meridionali all'annessione del regno delle Due Sicilie lo videro presto a capo di una banda di legittimisti, che aveva il suo santuario nel bosco d Lagopesole.Conosciuto ormai come Ninco-Nanco, il giovane dominava nella Lucania e, inalberando la bandiera del legittimismo borbonico, s'era creato dal 1861 un'immagine epica di indomito generale di guerriglieri. Il suo petto era adorno di medaglie e firmava i suoi messaggi come "Generale delle Truppe Francescane". Le memoria storica lo descrive come un indomito ed ambizioso guerrigliero, ma Ninco-Nanco doveva avere, oltre alla scaltrezza, altre doti: sapeva scegliersi amici giusti e al di sopra di ogni sospetto . La legge Pica permise la repressione senza limiti di qualunque resistenza: si trattava, in pratica, dell'applicazione dello stato d'assedio interno. Senza bisogno di un processo si potevano mettere per un anno agli arresti domiciliari i vagabondi, le persone senza occupazione fissa, i sospetti fiancheggiatori dei legittimisti appellati ignomignosamente briganti. Nelle province dichiarate infestate da briganti ogni banda armata di più di tre persone, complici inclusi, poteva essere giudicata da una corte marziale. Naturalmente alla sospensione dei diritti costituzionali (il concetto di diritti umani di fatto ancora non esisteva) si accompagnarono misure come la punizione collettiva per i delitti dei singoli e le rappresaglie contro i villaggi.Dopo l'approvazione della legge la forza del contingente di repressione toccò un picco di 120mila unità per poi scendere negli anni successivi a 90mila uomini prima e poi a 50mila: quasi la metà dell'esercito unitario. Quasi tutte le armi (carabinieri, fanteria, cavalleria, artiglieria) parteciparono al sanguinoso conflitto insieme alla guardia nazionale. La guerra al brigantaggio fu durissima come testimonia il bilancio dei compensi alla vessazione: 4 medaglie d'oro al valor militare, 6 croci dell'ordine militare di Savoia, 2.375 medaglie d'argento e 5.012 menzioni onorevoli. I territori dove il brigantaggio era maggiormente diffuso furono divisi in tre zone: Caserta, Gaeta, Avellino. Ognuna di esse fu frazionata in sottozone, in cui vennero creati distaccamenti e colonne mobili. Su una forza complessiva nel 1861 di 18.461 carabinieri, un totale di 6.887 (il 37,3 per cento) furono dislocati nel meridione, Sicilia inclusa. Il loro ruolo fu preminente: ebbero una medaglia d'oro, 4 croci dell'ordine militare di Savoia, 531 medaglie d'argento e 748 menzioni onorevoli.UNA EROICA RESISTENZA. Gli echi della legge Pica erano ovviamente arrivati anche nella lontana Basilicata, ma Ninco-Nanco non se ne curava troppo. Il 2 febbraio 1864 la sua banda annientò alcuni bersaglieri, fanti leggeri scelti in prima linea nella lotta. al brigantaggio.Cinque giorni dopo, a capo di 25 dei suoi a cavallo, Ninco-Nanco sorprese quattro carabinieri ed un vicebrigadiere di ritorno alla stazione di Acerenza dopo una perlustrazione e intimò loro di arrendersi. I carabinieri non si arresero: per tre ore nella contrada di Ralle (comune di Genzano) infuriò il combattimento, in cui rimasero uccisi tre carabinieri. Gli altri due scamparono alla morte per un pelo, grazie all'arrivo di guardie nazionali condotte dal sindaco di Genzano . I briganti si ritirarono lasciando sul terreno un solo ferito '.Si trattò di un episodio di guerriglia come tanti altri, ma la lezione inferta suscitò un'ondata di sdegno e rabbia tra i possidenti liberali e tra i militari di stanza. "La memoria degli estinti durerà fin che il mondo dura, ed una aureola di gloria circonderà le loro tombe ( ... ). E' un grido di vendetta quello che prorompe dal petto esanime degli invasori sabaudi. Raccogliete l'appello, vendicateli e siate inesorabili come il destino!". Questo fu l'ordine del giorno diffuso dal luogotenente generale delle truppe di Basilicata. Poco dopo la macchina della propaganda governativa si mise in moto. Vale la pena di leggere il proclama più che  servile del prefetto della Basilicata, Veglio, affisso per tutte le strade l'11 febbraio: "Lucani! Nel giorno 7 Febbraio corrente cinque Reali Carabinieri della stazione di Acerenza furono presso Genzano sorpresi dalla banda di Ninco-Nanco forte di venticinque assassini. Essi circondati, assaliti si difesero per tre ore. Tre caddero estinti, ma nessuno si arrese, perché i soldati Italiani combattono sempre, non si arrendono mai. Ai colpi dei due Carabinieri superstiti mortalmente ferito rimase un brigante: essi due soli tennero testa finché sopravvenne il Sindaco di Genzano guidando la brava sua Guardia Nazionale. I briganti si volsero allora in fuga perché i vili non sanno uccidere se non col tradimento e l'insidia. Lucani! Due Carabinieri Reali bastarono a tenere in rispetto l'intera banda di Ninco-Nanco. Che ne sarebbe dei briganti se tutte le Guardie Nazionali si levassero in massa, unite e compatte in un solo desiderio di distruggere questi assassini che disonorano la terra italiana, che uccidono i nostri figli, che contaminano quanto vi ha di più sacro all'onore di un cittadino? Si levi quest'onta che da tre anni pesa sulla nostra Provincia: si mostri che il tempo di questi assassini è finito. Chi ha cuore ed onore risponderà alla mia voce e la Storia dirà: 'Le Guardie Nazionali di Basilicata mostrarono ancora una volta che impunemente non si assassina nel loro territorio: esse non vollero più i briganti e li hanno distrutti. Si imiti l'esempio del Sindaco di Genzano: è alla testa dei suoi militi che ogni Sindaco ha il suo posto".E chiaro che le guardie nazionali erano ancora una spina nel fianco per la maglia di controlli sul territorio e i sindaci erano un altro anello debole della catena. Dalla lettura di questo documento si ricava l'impressione che il sindaco di Genzano fosse un'eccezione di vassallaggio al nuovo padrone. L'appello alla vendetta venne concretamente raccolto dai carabinieri della stazione di Avigliano. Il 13 marzo si verificò un colpo di fortuna. Una pattuglia di carabinieri (maresciallo Francesco Rebola, carabinieri Tobia Segoni, Giuseppe Grimoldi, Gaetano Salandi), che era accompagnata da un drappello di volontari, si imbatte in un gruppo di 15 individui, metà dei quali a cavallo, che si dirigevano verso una pagliaia. Secondo il rapporto dei carabinieri era difficile distinguere a distanza se fossero briganti o guardie nazionali. Si decise comunque di dare l'assalto, ma dopo un miglio e mezzo di corsa a rompicollo si scoprì che erano guardie nazionali e che avevano circondato la pagliaia. Con mezzi spicciativi il padrone della pagliaia, Giovanni Lorusso, fu costretto a parlare. Confessò che lì si nascondeva il brigante Nicola Lorusso, detto Carciuso, e con lui il temibile  Ninco-Nanco. Restava da spiegare come mai le guardie nazionali, tradizionalmente di basso livello, fossero arrivate in modo così tempestivo alla pagliaia e che fine avesse fatto la banda di Ninco-Nanco.I carabinieri intimarono la resa, ma dall'interno non giunse alcuna risposta. Fu allora appiccato il fuoco alla pagliaia ripetendo l'invito alla resa. Due guardie nazionali ed il carabiniere Segoni si predisposero per controllare le vie d'uscita. Il primo ad arrendersi fu Carciuso, seguito da Ninco-Nanco, immediatamente afferrato dai  soldati. Ma a quel punto si verificò quel che forse nessuno poteva immaginare. Il bandito negò di essere Ninco-Nanco e una guardia nazionale, Nicola Coviello Summa, gli sparò a bruciapelo, uccidendolo, dopo che il partigiano borbonico fu spogliato da qualsiasi armatura. Nel trambusto fu ammazzato anche il brigante Mangiullo. Perché? Perché le cronache posteriori riferiscono di colluttazioni mai avvenute tra il carabiniere ed il brigante? Finora i documenti tacciono, ma non è peregrina l'ipotesi che quel colpo di fucile non fosse così "inopportuno", come lo definì la circolare periodica dei Carabinieri del primo trimestre 1864 ma ben premeditato.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2540496170758466033-4179836688939305843?l=duesicilie-briganti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/feeds/4179836688939305843/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2540496170758466033&amp;postID=4179836688939305843' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/4179836688939305843'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/4179836688939305843'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/2008/05/giuseppe-nicola-summa-alias-ninco-nanco.html' title='Giuseppe Nicola Summa alias Ninco Nanco'/><author><name>Comitati Due Sicilie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/15213686051266130134</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2540496170758466033.post-8995190698716701471</id><published>2008-04-10T06:39:00.001-07:00</published><updated>2008-04-10T06:39:41.103-07:00</updated><title type='text'>IDENTITA</title><content type='html'>Una volta riscoperta la nostra identità duosiciliana, nasce in ognuno di noi la volontà di dare un contributo reale alla Causa, il tutto nella speranza che ciò possa ripagare la propria anima e &lt;span style="font-family:verdana;"&gt;risvegliare&lt;/span&gt; le coscienze di altri compatrioti. In tanti abbiamo provato nei sodalizi già esistenti a contribuire per il risveglio napolitano ricevendo in cambio molta delusione, per questo in tanti hanno preferito defilarsi, altri si sono ritagliati spazi ancora più limitati risultando una cerchia di pochi affiliati, sfiancandosi ed a tratti deprimendo sia la voglia che la speranza di un Sud migliore. Per questo nasce il movimento dei Comitati delle Due Sicilie, non un partito politico, né una associazione "culturale", né una setta segreta, né lo "spasso" ad personam, ma un esperimento che possa fungere da involucro per tutti gli innamorati della Nazione Due Sicilie, l'unica nazione d' Europa sparita dalle cartine geografiche , l'unico luogo geografico esistente nei cuori e nella mente di migliaia di cittadini ma sconosciuto a qualsiasi mappamondo oggi in circolazione.L'improrogabilità unitaria dei figli del Sud d'Italia attorno ad un solo contenitore è in questo momento di vitale importanza, non esiste più una voce, un movimento, un partito che possa ridare onore alla gente meridionale, spetta a noi, alla nostra "pattuglia" risvegliare i sopiti spiriti dal popolo napolitano, tocca a noi lavorare per dare la svolta che sia innanzitutto identitaria, sarà un compito arduo, tenace a volte difficilissimo , ci sentiremo esigui davanti al durissimo incarico da sviluppare, ma la consapevolezza di essere nel giusto, l'amore Patrio, la forza delle nostre ragioni saranno i nostri compagni di viaggio oltre al continuo , consistente numero di compatrioti che si avvicinano sempre più numerosi e da tempo al progetto di liberazione delle Due Sicilie. Il progetto dei Comitati delle Due Sicilie si costituisce con un già buon numero di aderenti, un coordinamento che annovera fin dall'inizio ben 18 responsabili , che coprono tutto il territorio duosiciliano, da Napoli a Caserta, dalla Sicilia alla Puglia, dalla Calabria all'Abruzzo fino a sconfinare nell'altra parte dell'Italia che in tanti hanno ribattezzato come la "Terza Sicilia", dove i figli della nazione napolitana sentono forte il senso di appartenenza ed il dovere di contribuire alla rinascita dell'antica Patria, da Roma, dalle Marche, dalla Lombardia e dall'Emilia, come da Torino e da Pordenone, ma la consapevolezza che il cammino intrapreso sia quello giusto l'hanno dato anche i nostri fratelli sparsi in Europa ed otre Oceano, discendenti di quella maledetta diaspora subita dalla gente duosiciliana causata dalla violenza e dalla cattiva amministrazione di chi invase e saccheggiò il nostro territorio perpetrata oggi da collaborazionisti ed incapaci, anche dall'altra parte del mondo i duosiciliani hanno risposto: presente! al progetto del movimento identitario dei Comitati delle Due Sicilie. Nostro scopo è dare sempre più forza al popolo duosiciliano, senza precludere nessun atto, sia esso politico che sociale che di salvaguardia ambientale o di tutela per le magnificenze storico culturali del nostro suolo, la nostra battaglia deve essere conseguita con azioni sia di condanna che di indicazioni attraverso manifestazioni, articoli, libri, dimostrazioni, seminari e convegni, nessuna circostanza deve essere impedita per potere ottenere il riscatto, il risveglio e la determinazione della nostra amata antica Patria. Al di là della passione borbonica, la nostra azione non può e non deve essere limitata all'esaltazione solo dello splendido periodo borbonico, si incederebbe il rischio di risultare anacronistici e settari ,correndo il pericolo di consentire a chi osteggia e combatte le nostre spettanze di spacciare la nostra lotta di riabilitazione come una folkloristica campagna nostalgico monarchica, bisogna evitare di ripetere esperimenti che sono miseramente falliti nonostante le buone intenzioni di taluni,dobbiamo dare finalmente l'idea che la nostra lotta è indirizzata alla riqualificazione di una Patria quasi millenaria e che è compito di tutti i nostri concittadini collaborare al progetto. Mettiamo da parte le nostri personali ideologie politiche, le nostre appartenenze religiose e le partigianerie dinastiche e lavoriamo per la Nazione . Tutto questo per adesso è un sogno ma è anche la svolta, per il momento. buon Due Sicilie a tutti. Fiore Marro Segretario nazionale Comitati delle Due Sicilie&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2540496170758466033-8995190698716701471?l=duesicilie-briganti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/feeds/8995190698716701471/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2540496170758466033&amp;postID=8995190698716701471' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/8995190698716701471'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/8995190698716701471'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/2008/04/identita.html' title='IDENTITA'/><author><name>Comitati Due Sicilie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/15213686051266130134</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2540496170758466033.post-4038623358671196035</id><published>2008-03-11T05:40:00.001-07:00</published><updated>2008-03-11T05:41:58.841-07:00</updated><title type='text'>MESSINA 13 MARZO 1861 L´ULTIMA DIFESA IN SICILIA</title><content type='html'>Il 13 marzo del 1861 la Real Cittadella di Messina si arrendeva a discrezione&lt;br /&gt;  alle &lt;span style="font-family:verdana;"&gt;truppe&lt;/span&gt; piemontesi ("italiane" solo dal 17 marzo con la proclamazione del&lt;br /&gt;  Regno d'Italia) del Gen. Cialdini. Inutilmente le reali milizie duosiciliane&lt;br /&gt;  della 13º Direzione Artiglieria, del 2º Battaglione del Genio, del 3º, 5º e 6º&lt;br /&gt;  Reggimento di linea con ben 455 vetusti cannoni cercarono di controbattere il&lt;br /&gt;  micidiale fuoco di 43 nuovissimi cannoni rigati e 12 mortai delle truppe&lt;br /&gt;  savoiarde.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  La guarnigione della Cittadella (piú di 4.000 uomini) non subí un trattamento&lt;br /&gt;  migliore di quello del suo Comandante: venne infatti internata sotto buona&lt;br /&gt;  scorta nei fortilizi di Scilla, Reggio Calabria e Milazzo. Alcuni suoi&lt;br /&gt;  ufficiali come il Col. Guillamat, il Ten. Gaeta ed il Ten. Brath vennero&lt;br /&gt;  addirittura imprigionati a Messina e quindi processati sotto la stupida accusa&lt;br /&gt;  di aver fomentato la resistenza nella Cittadella, cioè di aver fatto il loro&lt;br /&gt;  dovere di ufficiali fedeli alla Patria e al Re Francesco II. Accusa dalla&lt;br /&gt;  quale, naturalmente, con gran vergogna per i piemontesi, vennero assolti con&lt;br /&gt;  formula piena.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Da allora ad oggi si sono sempre onorati i garibaldini conquistatori della&lt;br /&gt;  Sicilia e gli oltre 10.000 piemontesi che espugnarono la Cittadella di&lt;br /&gt;  Messina; mentre i poveri soldati napoletani e siciliani che la difesero&lt;br /&gt;  eroicamente, sacrificando in 47 la loro vita in difesa della Patria, furono&lt;br /&gt;  vilipesi da tutti come soldati della "tirannide borbonica". perché, fu forse&lt;br /&gt;  meno censurabile il malgoverno piemontese che seguí a quello borbonico?&lt;br /&gt;  Certamente no. Ma ormai noi Siciliani siamo abituati sin dai banchi di scuola&lt;br /&gt;  ad adorare questi ´eroi del "risorgimento", dimenticandoci spesso che forse&lt;br /&gt;  tra i valorosi e non ricompensati difensori dell'ultimo baluardo patrio in&lt;br /&gt;  Sicilia ci fu un nostro avo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  A 140 anni di distanza, il ricordare quest'ultima battaglia costituisce un&lt;br /&gt;  dovere &amp;Mac173; memoria verso la nostra radice da non dimenticare mai. Oggi i&lt;br /&gt;  resti della Real Cittadella di Messina, abbandonati ai vandali ed alle&lt;br /&gt;  costruzioni abusive, attendono pazientemente chi li restauri e voglio&lt;br /&gt;  fermamente sperare che la nostra indifferenza non ci faccia perdere&lt;br /&gt;  irrimediabilmente questo inestimabile patrimonio storico e che finalmente le&lt;br /&gt;  autorità competenti, dopo tante belle ma inutili parole, facciano seriamente&lt;br /&gt;  qualcosa di concreto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  UNA SCONOSCIUTA EROICA RESISTENZA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  La Cittadella di Messina rappresentò l'estrema resistenza duosiciliana in&lt;br /&gt;  Sicilia, dove i nostri soldati, pur sapendo della inutilità di ogni loro&lt;br /&gt;  sforzo, cercarono di difendere la Patria, e dimostrare la loro fedeltà al Re&lt;br /&gt;  Francesco II contro gli invasori piemontesi. Dimostrarono, infatti, con le&lt;br /&gt;  loro gesta che il soldato duosiciliano sapeva combattere e morire per un&lt;br /&gt;  ideale, in contrapposizione ai tanti tradimenti e vili defezioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Il 27 luglio del 1860 circa 2.500 garibaldini con alla testa Medici e Fabrizi&lt;br /&gt;  entravano in Messina, mentre il Gen. Clary, al comando di piú di 15.000&lt;br /&gt;  uomini, obbedendo agli ordini del Gen. Pianell, ministro della guerra delle&lt;br /&gt;  Due Sicilie, ordinava alle sue truppe di ritirarsi nella Cittadella, da dove,&lt;br /&gt;  sempre per ordine del Pianell, ne faceva imbarcare per la Calabria circa&lt;br /&gt;  11.000, trattenendone poco piú di 4.000 per la difesa della Cittadella stessa,&lt;br /&gt;  contravvenendo con ciò agli ordini perentori ricevuti. Questa fu la sua&lt;br /&gt;  testimonianza diretta: ´... Il 21 luglio un ordine formale del ministro&lt;br /&gt;  Pianell m'ingiungeva di ritirare le mie truppe in Calabria, e di cedere armati&lt;br /&gt;  i due forti di Castellaccio e Gonzaga a Garibaldi; non bastando ciò, io dovevo&lt;br /&gt;  cedere a questo capo Siracusa, Augusta e la stessa cittadella di Messina,&lt;br /&gt;  attendendosi diceva l'ordine del ministro, che a questo prezzo le potenze&lt;br /&gt;  dell'Europa consentissero a garantirci la pace nel continente ... Sugli ordini&lt;br /&gt;  reiterati del ministro Pianell (che serví poi con i gradi di generale&lt;br /&gt;  l'esercito di V. Emanuele II, ndr) ... io consentii di entrare in rapporti con&lt;br /&gt;  il signor Garibaldi, e per conseguenza con il maggior generale Medici, al fine&lt;br /&gt;  di convenire con loro il modo d'evacuazione della città di Messina dalle&lt;br /&gt;  truppe reali ... La Storia ... renderà, io spero, un conto esatto della&lt;br /&gt;  condotta del ministro Pianell in tutti i suoi affari disastrosi, essa dirà&lt;br /&gt;  come egli ha impedito che noi soccorressimo Milazzo; come per i suoi ordini io&lt;br /&gt;  fui costantemente forzato a rinunciare a tutti i piani di aggressione, per&lt;br /&gt;  tenermi in ontosa e letargica aspettativa. Come e per quali combinazioni&lt;br /&gt;  perfide, mi fa mancare tutte le risorse di cui un generale ha bisogno in&lt;br /&gt;  faccia al nemico che egli deve combattere, quella era la volontà del ministro,&lt;br /&gt;  e ciò che lo prova, è che egli aveva incaricato il colonnello di stato&lt;br /&gt;  maggiore Anzani di capitolare con Garibaldi; e di comprendere in questa&lt;br /&gt;  capitolazione le truppe che il gen. Clary aveva sotto i suoi ordini ....&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Lo stesso giorno, intanto, alle 3 p.m. giunse Garibaldi da Milazzo. Il 28&lt;br /&gt;  luglio giunse anche a Messina, proveniente da Catania, Cosenz con altri 5.000&lt;br /&gt;  garibaldini e il gen. Clary firmò una convenzione per la cessione della città&lt;br /&gt;  di Messina. Qualche giorno dopo, non avendo voluto cedere la Cittadella a&lt;br /&gt;  Garibaldi, come gli era stato intimato da Pianell, il Clary fu sollevato&lt;br /&gt;  dall'incarico di comandante della Cittadella e il 9 agosto s'imbarcò per&lt;br /&gt;  Napoli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Partito Clary dalla Cittadella e rimasto investito del supremo comando il gen.&lt;br /&gt;  Fergola (che l'8 ottobre venne elevato al grado di Maresciallo di campo da Re&lt;br /&gt;  Francesco II), la convenzione precedentemente firmata dal Clary e dal Medici&lt;br /&gt;  regolò i rapporti fra la Cittadella e la città di Messina, in mano ai&lt;br /&gt;  garibaldini, fino alla caduta di Gaeta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  A Messina si trovava dal 19 dicembre la Brigata piemontese "Pistoia" (35º e&lt;br /&gt;  36º reggimento di fanteria), per un totale di 109 ufficiali e 3.867 soldati&lt;br /&gt;  agli ordini del gen. Chiabrera, che si era avvicendata con i garibaldini. Il&lt;br /&gt;  Chiabrera, che in due mesi non aveva preso alcuna iniziativa militare, il 14&lt;br /&gt;  febbraio avvertí il gen. Fergola della resa di Gaeta e lo invitò a sua volta&lt;br /&gt;  ad arrendersi, alle stesse onorevoli condizioni di Gaeta. Fergola respinse&lt;br /&gt;  l'invito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Dopo quest'ultimo rifiuto, il 27 febbraio giunse a Messina il gen. Cialdini&lt;br /&gt;  con quattro battaglioni bersaglieri del IV Corpo, 6 compagnie del genio, un&lt;br /&gt;  reggimento di fanteria e con l'artiglieria forte di 43 nuovissimi cannoni&lt;br /&gt;  rigati e 12 mortai. L'arrivo inaspettato di queste truppe provocò&lt;br /&gt;  l'indignazione del gen. Fergola che vide la convenzione non rispettata, ma al&lt;br /&gt;  risentimento di Fergola il Cialdini rispose: ´... io non vi considererò piú&lt;br /&gt;  come un militare, ma come un vile assassino ...ª.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Il primo marzo, alle cinque pomeridiane, l'armistizio che durava da piú di&lt;br /&gt;  sette mesi cessò e iniziarono le ostilità. I piemontesi per prima cosa&lt;br /&gt;  sistemarono sei batterie: ai Gemelli, al Cimitero, al Bastione Segreto, al&lt;br /&gt;  Noviziato, a S. Cecilia e a S. Elia. Nello stesso giorno dal porto di Messina&lt;br /&gt;  si allontanò una fregata francese, mentre erano ancora in sosta navi americane&lt;br /&gt;  e inglesi. Il 5 marzo iniziò il blocco totale della cittadella. Il 6 marzo si&lt;br /&gt;  allontanarono dal porto di Messina anche le navi inglesi e l'8 marzo Fergola&lt;br /&gt;  iniziò a sparare contro le opere d'assedio piemontesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Il 10 marzo giunse da Roma una lettera del Re Francesco II al gen. Fergola che&lt;br /&gt;  lo autorizzava a desistere dalla resistenza, ma l'intrepido Fergola il giorno&lt;br /&gt;  dopo fece cannoneggiare anche le batterie piemontesi poste al Noviziato, che&lt;br /&gt;  era la parte piú vicina alla città. Il giorno successivo, mentre tutti i&lt;br /&gt;  cannoni duosiciliani sparavano contro i lavori d'assedio piemontesi, alle otto&lt;br /&gt;  precise Fergola diede ordine di tentare una sortita dal Forte Don Blasco, ma&lt;br /&gt;  l'azione fu arrestata sia dalla reazione dei bersaglieri piemontesi, sia dalla&lt;br /&gt;  concentrazione di tutto il fuoco nemico sullo stesso forte Don Blasco, che era&lt;br /&gt;  il fortino piú avanzato della Cittadella.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  La potenza e la doppia gittata dei cannoni rigati piemontesi ridussero ad un&lt;br /&gt;  cumulo di macerie in poco tempo il fortino, che venne sgombrato dai nostri e&lt;br /&gt;  subito occupato dai piemontesi. Il gran deposito Norimbergh (pieno di polvere&lt;br /&gt;  da sparo), centrato piú volte, prese fuoco, rischiando di saltare in aria.&lt;br /&gt;  Anche la zona della Cittadella, dove erano ricoverati oltre 1.000 civili (per&lt;br /&gt;  lo piú donne e bambini), subí un barbaro cannoneggiamento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Da parte nostra si cercò di allungare il tiro dei vecchi cannoni (alcuni&lt;br /&gt;  avevano circa 150 anni di vita), interrandone una parte, ma perdendo cosí la&lt;br /&gt;  facoltà di mirare. Ma tutto fu inutile: la schiacciante superiorità&lt;br /&gt;  dell'artiglieria nemica costrinse presto al silenzio i nostri cannoni. Il gen.&lt;br /&gt;  Fergola, nonostante la drammatica situazione, si astenne dal bombardare, per&lt;br /&gt;  motivi umanitari, dal Forte S. Salvatore (dove oggi sorge la Madonnina&lt;br /&gt;  benedicente Messina) e dalla Cittadella, la città di Messina dove si trovavano&lt;br /&gt;  le truppe piemontesi e concentrò fino alla resa l'inutile fuoco dei suoi&lt;br /&gt;  cannoni sulle irraggiungibili batterie piemontesi. Anche dal mare le navi&lt;br /&gt;  piemontesi Vittorio Emanuele e Carlo Alberto spararono molte salve, ma senza&lt;br /&gt;  arrecare alcun danno, perché il Persano se ne stava prudentemente ben lontano.&lt;br /&gt;  Alle 5 del pomeriggio, la Cittadella ormai ridotta al silenzio alzò bandiera&lt;br /&gt;  bianca e alle 9 si arrese a discrezione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Il 13 marzo alle 7 del mattino Cialdini alla testa del 35º fanteria con musica&lt;br /&gt;  e bandiera fece il suo ingresso "trionfale" nella Cittadella di Messina,&lt;br /&gt;  dichiarando "prigioniera" la guarnigione duosiciliana. La resa fu firmata a&lt;br /&gt;  bordo della nave Maria Adelaide. L'ottuso gen. Cialdini non concesse neppure&lt;br /&gt;  l'onore delle armi ai vinti che avevano fatto il loro dovere fino alla fine ed&lt;br /&gt;  anzi al momento della resa respinse sdegnosamente la spada dell'anziano Gen.&lt;br /&gt;  Fergola e gli disse in francese: ´Vous n'ètès pas des italiens, Je vous&lt;br /&gt;  cracherais sour le visage ...! (Vi sputerei in faccia). Frase che fece morire&lt;br /&gt;  di crepacuore a Napoli qualche anno dopo il povero Fergola.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  La cavalleria d'altri tempi dimostrata dal Fergola fu cosí ripagata dal&lt;br /&gt;  Cialdini, che del resto aveva già dimostrato di essere lui un "buon italiano"&lt;br /&gt;  bombardando vigliaccamente con i famigerati cannoni rigati il borgo di Gaeta e&lt;br /&gt;  mietendo la vita di migliaia di innocenti, "colpevoli" soltanto di essere&lt;br /&gt;  rimasti fedeli alla Patria e al Re.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Francesco II, dal suo esilio di Roma, ammirato dal coraggio e dalla fedeltà&lt;br /&gt;  dimostrata dai suoi soldati a Messina, concesse loro una medaglia in argento,&lt;br /&gt;  appositamente coniata a Roma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Questo fu l'addio inviato da Fergola alle sue truppe alle ore 11 di sera del&lt;br /&gt;  giorno 12 marzo:&lt;br /&gt;  (lo riportiamo fedelmente come fu scritto)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  "Uffiziali, Sottouffiziali e Soldati, è questo l'ultimo ordine che io vi&lt;br /&gt;  rivolgo, e la mano mi trema nel vergarlo. Allorchè presi il comando di questa&lt;br /&gt;  Fortezza e di voi tutti, sacro giurammo di difendere fino agli estremi questo&lt;br /&gt;  interessante sito fortificato che la Maestà del Re (N.S.) aveva affidato al&lt;br /&gt;  nostro onore e alla nostra fedeltà. Avete ben veduto che tutti abbiamo&lt;br /&gt;  mantenuto il giuramento, serbando fedeltà, attaccamento e devozione al nostro&lt;br /&gt;  amatissimo sovrano Francesco II. Immensi sono stati gli sforzi che per lo&lt;br /&gt;  spazio di cinque giorni si son fatti colle nostre artiglierie per distruggere&lt;br /&gt;  i lavori di attacco che il nemico costruiva sulle alture della città di&lt;br /&gt;  Messina ed in altri siti ancora, ma poco effetto à provocato il nostro fuoco,&lt;br /&gt;  sí perché quasi tutti i lavori erano al di là della portata delle nostre&lt;br /&gt;  artiglierie, sí perché altri trovavansi mascherati da casamenti ed oggetti&lt;br /&gt;  occasionali. Quindi l'inimico profittando di tali suoi vantaggi à compiuto&lt;br /&gt;  inosservato la maggior parte dei suoi lavori. Poco dopo il mezzo giorno di&lt;br /&gt;  oggi e precisamente quando estenuati di forze prendevate un po' di ristoro, à&lt;br /&gt;  aperto simultaneamente un fuoco formidabile contro questa Real Cittadella, che&lt;br /&gt;  l'à ridotta in poche ore nello stato in cui si ravvisa, ad onta di quella&lt;br /&gt;  resistenza che si è potuta fare colle nostre artiglierie di una portata molto&lt;br /&gt;  inferiore a quella delle sue. Veduto dunque che inutile si rendeva qualunque&lt;br /&gt;  altro nostro mezzo di difesa, e che eravamo a causa dello incendio&lt;br /&gt;  sviluppatosi minacciati da una sicura esplosione della gran polveriera&lt;br /&gt;  Norimbergh e suo magazzino attiguo anche pieno di polvere, se non vi si&lt;br /&gt;  apportava un pronto rimedio, è chiesta per ben due volte per mezzo di&lt;br /&gt;  parlamentari una tregua al nemico per la durata di 24 ore. Ma vedendo egli di&lt;br /&gt;  quanto aveva col suo fuoco prodotto di danno e della trista posizione in cui&lt;br /&gt;  eravamo, à rigettato la mia domanda, e mi ha fatto sentire che dovevamo&lt;br /&gt;  renderci a discrezione, e che se a tanto non divenivamo e non gli si dava&lt;br /&gt;  risposta decisiva per le ore 9 della sera, avrebbe riaperto il fuoco con&lt;br /&gt;  l'aggiunta di altre batterie che ancora non erano punto a vista della&lt;br /&gt;  fortezza. In tale stato di cose, riunito il consiglio di difesa e sentitone&lt;br /&gt;  anche il parere, è stato forza sottoporci a quanto il nemico imponeva. Quindi&lt;br /&gt;  mio malgrado e vostro, domani la Piazza sarà resa. Cosí non avrei giammai&lt;br /&gt;  ceduto, ma gli incendi che seco noi minacciavano 1000 e piú tra donne e&lt;br /&gt;  fanciulli mal ricoverati, e che vi si appartengono, e la nostra eccezionale&lt;br /&gt;  posizione, perché le potenze europee àn permesso una aggressione non mai letta&lt;br /&gt;  nelle istorie, e noi da chicchessia sperar non potevamo soccorso di sorte, mi&lt;br /&gt;  ànno obbligato a cedere. Cediamo alla forza perché sopraffatti dalla&lt;br /&gt;  superiorità dei mezzi e non dal valore dei vincitori. Certo che la nostra&lt;br /&gt;  resistenza non avrebbe salvata la Monarchia, sagrificata con la resa di Gaeta;&lt;br /&gt;  non ci restava che salvar solo l'onore militare e nazionale: e mi lusingo che&lt;br /&gt;  lo stesso nemico ci farà giustizia di concedercene l'orgoglio, come spero che&lt;br /&gt;  voi me la farete: nel convenire d'aver visto con voi fino all'ultimo i disagi,&lt;br /&gt;  le privazioni, ed i pericoli. Un dovere però mi resta a compiere ed è quello&lt;br /&gt;  di esternare a voi tutti i miei sentiti e distinti ringraziamenti per aver&lt;br /&gt;  saputo ognuno cosí bene secondare le mie vedute nel difendere questa Real&lt;br /&gt;  Cittadella, ove rinchiusi per circa 8 mesi abbiamo dato le piú grandi prove di&lt;br /&gt;  abnegazione e di fedeltà al nostro Augusto Sovrano Francesco II. Se l'abbiano&lt;br /&gt;  particolarmente però i signori generali De Martino, Combianchi ed Anguissola,&lt;br /&gt;  Ten. Col. Recco, Capitani Lamonica, Di Gennaro e Lauria; e fra tutti il mio&lt;br /&gt;  capo di stato maggiore ed Uffiziali dello stesso signor Ten. Col. Guillamat,&lt;br /&gt;  Capitano Cavalieri e Subalterni Gaeta e Brath. Io vi ringrazio tutti di cuore,&lt;br /&gt;  poichè tutti avete gareggiato nella difesa della rocca. Accettate tutti vi&lt;br /&gt;  prego tali miei ringraziamenti che partono da un cuore leale e riconoscente.&lt;br /&gt;  Miei bravi compagni d'armi, nella mia lunga carriera militare di 47 anni ò&lt;br /&gt;  veduto diverse peripezie non dissimili alla presente, ma però la provvidenza o&lt;br /&gt;  presto o tardi ha fatto sempre rilucere la sua giustizia quando meno si&lt;br /&gt;  attendeva, per cui non ci perdiamo d'animo, e confidando in essa auguriamoci&lt;br /&gt;  giorni piú felici, i quali compenseranno i tristi e dolorosi che abbiamo&lt;br /&gt;  sofferti. Mi avevo prefisso di porre ai piedi del Real Trono le mie umili&lt;br /&gt;  suppliche per chiedere alla munificenza Sovrana un compenso speciale al vostro&lt;br /&gt;  attaccamento, alla vostra sperimentata fedeltà, ma la sorte avversa delle armi&lt;br /&gt;  me lo à impedito e con dolore mi divido da voi tutti, ma porterò scolpito&lt;br /&gt;  profondamente nell'anima mia la rimembranza di voi, della vostra fede. Della&lt;br /&gt;  vostra lealtà, del vostro militare coraggio. Non so quale sarà il mio destino&lt;br /&gt;  ed il vostro in avvenire, ma se la mia età mi permetterà in seguito potervi&lt;br /&gt;  rivedere, sarà sempre una vera gioia per me poter stringere la mano a qualcuno&lt;br /&gt;  dei difensori di questa Real Fortezza, ai quali nè le minacce, nè i pericoli,&lt;br /&gt;  nè le lusinghe, nè i pravi esempi, nè men la morte seppe far declinare da&lt;br /&gt;  quella via d'onore che solo è sprone e ricompensa al prode che pel suo Re&lt;br /&gt;  combatte per vincere o morire. Addio miei bravi camerati! Addio! La sventura&lt;br /&gt;  ci divide, fede e lealtà fu la nostra divisa, e questa non si spogli giammai&lt;br /&gt;  da noi, ciascuno di voi porti scolpita in core la nobile parola, che l'univa&lt;br /&gt;  con nodo indissolubile al nostro sventurato, ma eroico sovrano. Fergola 12&lt;br /&gt;  MARZO 1861"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Il 14 marzo, essendo state richieste piú volte da Torino le bandiere della&lt;br /&gt;  Real Cittadella, il gen. Fergola rilasciò una dichiarazione nella quale&lt;br /&gt;  affermava che avrebbero dovuto essere sei, ma che di esse non restavano che le&lt;br /&gt;  aste essendo stati strappati i drappi dalle truppe quale ultimo gesto di&lt;br /&gt;  fedeltà al Re Francesco II.&lt;br /&gt;Mario Monari&lt;br /&gt;----------------&lt;br /&gt;Dietro permesso di&lt;br /&gt;Antonio Pagano&lt;br /&gt;Direttore periodico Le Due Sicilie&lt;br /&gt;(vedi la rivista QUI)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2540496170758466033-4038623358671196035?l=duesicilie-briganti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/feeds/4038623358671196035/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2540496170758466033&amp;postID=4038623358671196035' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/4038623358671196035'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/4038623358671196035'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/2008/03/messina-13-marzo-1861-lultima-difesa-in_11.html' title='MESSINA 13 MARZO 1861 L´ULTIMA DIFESA IN SICILIA'/><author><name>Comitati Due Sicilie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/15213686051266130134</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2540496170758466033.post-755235437479764138</id><published>2008-03-11T05:40:00.000-07:00</published><updated>2008-03-11T05:41:50.190-07:00</updated><title type='text'>MESSINA 13 MARZO 1861 L´ULTIMA DIFESA IN SICILIA</title><content type='html'>Il 13 marzo del 1861 la Real Cittadella di Messina si arrendeva a discrezione&lt;br /&gt;  alle &lt;span style="font-family:verdana;"&gt;truppe&lt;/span&gt; piemontesi ("italiane" solo dal 17 marzo con la proclamazione del&lt;br /&gt;  Regno d'Italia) del Gen. Cialdini. Inutilmente le reali milizie duosiciliane&lt;br /&gt;  della 13º Direzione Artiglieria, del 2º Battaglione del Genio, del 3º, 5º e 6º&lt;br /&gt;  Reggimento di linea con ben 455 vetusti cannoni cercarono di controbattere il&lt;br /&gt;  micidiale fuoco di 43 nuovissimi cannoni rigati e 12 mortai delle truppe&lt;br /&gt;  savoiarde.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  La guarnigione della Cittadella (piú di 4.000 uomini) non subí un trattamento&lt;br /&gt;  migliore di quello del suo Comandante: venne infatti internata sotto buona&lt;br /&gt;  scorta nei fortilizi di Scilla, Reggio Calabria e Milazzo. Alcuni suoi&lt;br /&gt;  ufficiali come il Col. Guillamat, il Ten. Gaeta ed il Ten. Brath vennero&lt;br /&gt;  addirittura imprigionati a Messina e quindi processati sotto la stupida accusa&lt;br /&gt;  di aver fomentato la resistenza nella Cittadella, cioè di aver fatto il loro&lt;br /&gt;  dovere di ufficiali fedeli alla Patria e al Re Francesco II. Accusa dalla&lt;br /&gt;  quale, naturalmente, con gran vergogna per i piemontesi, vennero assolti con&lt;br /&gt;  formula piena.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Da allora ad oggi si sono sempre onorati i garibaldini conquistatori della&lt;br /&gt;  Sicilia e gli oltre 10.000 piemontesi che espugnarono la Cittadella di&lt;br /&gt;  Messina; mentre i poveri soldati napoletani e siciliani che la difesero&lt;br /&gt;  eroicamente, sacrificando in 47 la loro vita in difesa della Patria, furono&lt;br /&gt;  vilipesi da tutti come soldati della "tirannide borbonica". perché, fu forse&lt;br /&gt;  meno censurabile il malgoverno piemontese che seguí a quello borbonico?&lt;br /&gt;  Certamente no. Ma ormai noi Siciliani siamo abituati sin dai banchi di scuola&lt;br /&gt;  ad adorare questi ´eroi del "risorgimento", dimenticandoci spesso che forse&lt;br /&gt;  tra i valorosi e non ricompensati difensori dell'ultimo baluardo patrio in&lt;br /&gt;  Sicilia ci fu un nostro avo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  A 140 anni di distanza, il ricordare quest'ultima battaglia costituisce un&lt;br /&gt;  dovere &amp;Mac173; memoria verso la nostra radice da non dimenticare mai. Oggi i&lt;br /&gt;  resti della Real Cittadella di Messina, abbandonati ai vandali ed alle&lt;br /&gt;  costruzioni abusive, attendono pazientemente chi li restauri e voglio&lt;br /&gt;  fermamente sperare che la nostra indifferenza non ci faccia perdere&lt;br /&gt;  irrimediabilmente questo inestimabile patrimonio storico e che finalmente le&lt;br /&gt;  autorità competenti, dopo tante belle ma inutili parole, facciano seriamente&lt;br /&gt;  qualcosa di concreto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  UNA SCONOSCIUTA EROICA RESISTENZA&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  La Cittadella di Messina rappresentò l'estrema resistenza duosiciliana in&lt;br /&gt;  Sicilia, dove i nostri soldati, pur sapendo della inutilità di ogni loro&lt;br /&gt;  sforzo, cercarono di difendere la Patria, e dimostrare la loro fedeltà al Re&lt;br /&gt;  Francesco II contro gli invasori piemontesi. Dimostrarono, infatti, con le&lt;br /&gt;  loro gesta che il soldato duosiciliano sapeva combattere e morire per un&lt;br /&gt;  ideale, in contrapposizione ai tanti tradimenti e vili defezioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Il 27 luglio del 1860 circa 2.500 garibaldini con alla testa Medici e Fabrizi&lt;br /&gt;  entravano in Messina, mentre il Gen. Clary, al comando di piú di 15.000&lt;br /&gt;  uomini, obbedendo agli ordini del Gen. Pianell, ministro della guerra delle&lt;br /&gt;  Due Sicilie, ordinava alle sue truppe di ritirarsi nella Cittadella, da dove,&lt;br /&gt;  sempre per ordine del Pianell, ne faceva imbarcare per la Calabria circa&lt;br /&gt;  11.000, trattenendone poco piú di 4.000 per la difesa della Cittadella stessa,&lt;br /&gt;  contravvenendo con ciò agli ordini perentori ricevuti. Questa fu la sua&lt;br /&gt;  testimonianza diretta: ´... Il 21 luglio un ordine formale del ministro&lt;br /&gt;  Pianell m'ingiungeva di ritirare le mie truppe in Calabria, e di cedere armati&lt;br /&gt;  i due forti di Castellaccio e Gonzaga a Garibaldi; non bastando ciò, io dovevo&lt;br /&gt;  cedere a questo capo Siracusa, Augusta e la stessa cittadella di Messina,&lt;br /&gt;  attendendosi diceva l'ordine del ministro, che a questo prezzo le potenze&lt;br /&gt;  dell'Europa consentissero a garantirci la pace nel continente ... Sugli ordini&lt;br /&gt;  reiterati del ministro Pianell (che serví poi con i gradi di generale&lt;br /&gt;  l'esercito di V. Emanuele II, ndr) ... io consentii di entrare in rapporti con&lt;br /&gt;  il signor Garibaldi, e per conseguenza con il maggior generale Medici, al fine&lt;br /&gt;  di convenire con loro il modo d'evacuazione della città di Messina dalle&lt;br /&gt;  truppe reali ... La Storia ... renderà, io spero, un conto esatto della&lt;br /&gt;  condotta del ministro Pianell in tutti i suoi affari disastrosi, essa dirà&lt;br /&gt;  come egli ha impedito che noi soccorressimo Milazzo; come per i suoi ordini io&lt;br /&gt;  fui costantemente forzato a rinunciare a tutti i piani di aggressione, per&lt;br /&gt;  tenermi in ontosa e letargica aspettativa. Come e per quali combinazioni&lt;br /&gt;  perfide, mi fa mancare tutte le risorse di cui un generale ha bisogno in&lt;br /&gt;  faccia al nemico che egli deve combattere, quella era la volontà del ministro,&lt;br /&gt;  e ciò che lo prova, è che egli aveva incaricato il colonnello di stato&lt;br /&gt;  maggiore Anzani di capitolare con Garibaldi; e di comprendere in questa&lt;br /&gt;  capitolazione le truppe che il gen. Clary aveva sotto i suoi ordini ....&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Lo stesso giorno, intanto, alle 3 p.m. giunse Garibaldi da Milazzo. Il 28&lt;br /&gt;  luglio giunse anche a Messina, proveniente da Catania, Cosenz con altri 5.000&lt;br /&gt;  garibaldini e il gen. Clary firmò una convenzione per la cessione della città&lt;br /&gt;  di Messina. Qualche giorno dopo, non avendo voluto cedere la Cittadella a&lt;br /&gt;  Garibaldi, come gli era stato intimato da Pianell, il Clary fu sollevato&lt;br /&gt;  dall'incarico di comandante della Cittadella e il 9 agosto s'imbarcò per&lt;br /&gt;  Napoli.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Partito Clary dalla Cittadella e rimasto investito del supremo comando il gen.&lt;br /&gt;  Fergola (che l'8 ottobre venne elevato al grado di Maresciallo di campo da Re&lt;br /&gt;  Francesco II), la convenzione precedentemente firmata dal Clary e dal Medici&lt;br /&gt;  regolò i rapporti fra la Cittadella e la città di Messina, in mano ai&lt;br /&gt;  garibaldini, fino alla caduta di Gaeta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  A Messina si trovava dal 19 dicembre la Brigata piemontese "Pistoia" (35º e&lt;br /&gt;  36º reggimento di fanteria), per un totale di 109 ufficiali e 3.867 soldati&lt;br /&gt;  agli ordini del gen. Chiabrera, che si era avvicendata con i garibaldini. Il&lt;br /&gt;  Chiabrera, che in due mesi non aveva preso alcuna iniziativa militare, il 14&lt;br /&gt;  febbraio avvertí il gen. Fergola della resa di Gaeta e lo invitò a sua volta&lt;br /&gt;  ad arrendersi, alle stesse onorevoli condizioni di Gaeta. Fergola respinse&lt;br /&gt;  l'invito.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Dopo quest'ultimo rifiuto, il 27 febbraio giunse a Messina il gen. Cialdini&lt;br /&gt;  con quattro battaglioni bersaglieri del IV Corpo, 6 compagnie del genio, un&lt;br /&gt;  reggimento di fanteria e con l'artiglieria forte di 43 nuovissimi cannoni&lt;br /&gt;  rigati e 12 mortai. L'arrivo inaspettato di queste truppe provocò&lt;br /&gt;  l'indignazione del gen. Fergola che vide la convenzione non rispettata, ma al&lt;br /&gt;  risentimento di Fergola il Cialdini rispose: ´... io non vi considererò piú&lt;br /&gt;  come un militare, ma come un vile assassino ...ª.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Il primo marzo, alle cinque pomeridiane, l'armistizio che durava da piú di&lt;br /&gt;  sette mesi cessò e iniziarono le ostilità. I piemontesi per prima cosa&lt;br /&gt;  sistemarono sei batterie: ai Gemelli, al Cimitero, al Bastione Segreto, al&lt;br /&gt;  Noviziato, a S. Cecilia e a S. Elia. Nello stesso giorno dal porto di Messina&lt;br /&gt;  si allontanò una fregata francese, mentre erano ancora in sosta navi americane&lt;br /&gt;  e inglesi. Il 5 marzo iniziò il blocco totale della cittadella. Il 6 marzo si&lt;br /&gt;  allontanarono dal porto di Messina anche le navi inglesi e l'8 marzo Fergola&lt;br /&gt;  iniziò a sparare contro le opere d'assedio piemontesi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Il 10 marzo giunse da Roma una lettera del Re Francesco II al gen. Fergola che&lt;br /&gt;  lo autorizzava a desistere dalla resistenza, ma l'intrepido Fergola il giorno&lt;br /&gt;  dopo fece cannoneggiare anche le batterie piemontesi poste al Noviziato, che&lt;br /&gt;  era la parte piú vicina alla città. Il giorno successivo, mentre tutti i&lt;br /&gt;  cannoni duosiciliani sparavano contro i lavori d'assedio piemontesi, alle otto&lt;br /&gt;  precise Fergola diede ordine di tentare una sortita dal Forte Don Blasco, ma&lt;br /&gt;  l'azione fu arrestata sia dalla reazione dei bersaglieri piemontesi, sia dalla&lt;br /&gt;  concentrazione di tutto il fuoco nemico sullo stesso forte Don Blasco, che era&lt;br /&gt;  il fortino piú avanzato della Cittadella.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  La potenza e la doppia gittata dei cannoni rigati piemontesi ridussero ad un&lt;br /&gt;  cumulo di macerie in poco tempo il fortino, che venne sgombrato dai nostri e&lt;br /&gt;  subito occupato dai piemontesi. Il gran deposito Norimbergh (pieno di polvere&lt;br /&gt;  da sparo), centrato piú volte, prese fuoco, rischiando di saltare in aria.&lt;br /&gt;  Anche la zona della Cittadella, dove erano ricoverati oltre 1.000 civili (per&lt;br /&gt;  lo piú donne e bambini), subí un barbaro cannoneggiamento.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Da parte nostra si cercò di allungare il tiro dei vecchi cannoni (alcuni&lt;br /&gt;  avevano circa 150 anni di vita), interrandone una parte, ma perdendo cosí la&lt;br /&gt;  facoltà di mirare. Ma tutto fu inutile: la schiacciante superiorità&lt;br /&gt;  dell'artiglieria nemica costrinse presto al silenzio i nostri cannoni. Il gen.&lt;br /&gt;  Fergola, nonostante la drammatica situazione, si astenne dal bombardare, per&lt;br /&gt;  motivi umanitari, dal Forte S. Salvatore (dove oggi sorge la Madonnina&lt;br /&gt;  benedicente Messina) e dalla Cittadella, la città di Messina dove si trovavano&lt;br /&gt;  le truppe piemontesi e concentrò fino alla resa l'inutile fuoco dei suoi&lt;br /&gt;  cannoni sulle irraggiungibili batterie piemontesi. Anche dal mare le navi&lt;br /&gt;  piemontesi Vittorio Emanuele e Carlo Alberto spararono molte salve, ma senza&lt;br /&gt;  arrecare alcun danno, perché il Persano se ne stava prudentemente ben lontano.&lt;br /&gt;  Alle 5 del pomeriggio, la Cittadella ormai ridotta al silenzio alzò bandiera&lt;br /&gt;  bianca e alle 9 si arrese a discrezione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Il 13 marzo alle 7 del mattino Cialdini alla testa del 35º fanteria con musica&lt;br /&gt;  e bandiera fece il suo ingresso "trionfale" nella Cittadella di Messina,&lt;br /&gt;  dichiarando "prigioniera" la guarnigione duosiciliana. La resa fu firmata a&lt;br /&gt;  bordo della nave Maria Adelaide. L'ottuso gen. Cialdini non concesse neppure&lt;br /&gt;  l'onore delle armi ai vinti che avevano fatto il loro dovere fino alla fine ed&lt;br /&gt;  anzi al momento della resa respinse sdegnosamente la spada dell'anziano Gen.&lt;br /&gt;  Fergola e gli disse in francese: ´Vous n'ètès pas des italiens, Je vous&lt;br /&gt;  cracherais sour le visage ...! (Vi sputerei in faccia). Frase che fece morire&lt;br /&gt;  di crepacuore a Napoli qualche anno dopo il povero Fergola.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  La cavalleria d'altri tempi dimostrata dal Fergola fu cosí ripagata dal&lt;br /&gt;  Cialdini, che del resto aveva già dimostrato di essere lui un "buon italiano"&lt;br /&gt;  bombardando vigliaccamente con i famigerati cannoni rigati il borgo di Gaeta e&lt;br /&gt;  mietendo la vita di migliaia di innocenti, "colpevoli" soltanto di essere&lt;br /&gt;  rimasti fedeli alla Patria e al Re.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Francesco II, dal suo esilio di Roma, ammirato dal coraggio e dalla fedeltà&lt;br /&gt;  dimostrata dai suoi soldati a Messina, concesse loro una medaglia in argento,&lt;br /&gt;  appositamente coniata a Roma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Questo fu l'addio inviato da Fergola alle sue truppe alle ore 11 di sera del&lt;br /&gt;  giorno 12 marzo:&lt;br /&gt;  (lo riportiamo fedelmente come fu scritto)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  "Uffiziali, Sottouffiziali e Soldati, è questo l'ultimo ordine che io vi&lt;br /&gt;  rivolgo, e la mano mi trema nel vergarlo. Allorchè presi il comando di questa&lt;br /&gt;  Fortezza e di voi tutti, sacro giurammo di difendere fino agli estremi questo&lt;br /&gt;  interessante sito fortificato che la Maestà del Re (N.S.) aveva affidato al&lt;br /&gt;  nostro onore e alla nostra fedeltà. Avete ben veduto che tutti abbiamo&lt;br /&gt;  mantenuto il giuramento, serbando fedeltà, attaccamento e devozione al nostro&lt;br /&gt;  amatissimo sovrano Francesco II. Immensi sono stati gli sforzi che per lo&lt;br /&gt;  spazio di cinque giorni si son fatti colle nostre artiglierie per distruggere&lt;br /&gt;  i lavori di attacco che il nemico costruiva sulle alture della città di&lt;br /&gt;  Messina ed in altri siti ancora, ma poco effetto à provocato il nostro fuoco,&lt;br /&gt;  sí perché quasi tutti i lavori erano al di là della portata delle nostre&lt;br /&gt;  artiglierie, sí perché altri trovavansi mascherati da casamenti ed oggetti&lt;br /&gt;  occasionali. Quindi l'inimico profittando di tali suoi vantaggi à compiuto&lt;br /&gt;  inosservato la maggior parte dei suoi lavori. Poco dopo il mezzo giorno di&lt;br /&gt;  oggi e precisamente quando estenuati di forze prendevate un po' di ristoro, à&lt;br /&gt;  aperto simultaneamente un fuoco formidabile contro questa Real Cittadella, che&lt;br /&gt;  l'à ridotta in poche ore nello stato in cui si ravvisa, ad onta di quella&lt;br /&gt;  resistenza che si è potuta fare colle nostre artiglierie di una portata molto&lt;br /&gt;  inferiore a quella delle sue. Veduto dunque che inutile si rendeva qualunque&lt;br /&gt;  altro nostro mezzo di difesa, e che eravamo a causa dello incendio&lt;br /&gt;  sviluppatosi minacciati da una sicura esplosione della gran polveriera&lt;br /&gt;  Norimbergh e suo magazzino attiguo anche pieno di polvere, se non vi si&lt;br /&gt;  apportava un pronto rimedio, è chiesta per ben due volte per mezzo di&lt;br /&gt;  parlamentari una tregua al nemico per la durata di 24 ore. Ma vedendo egli di&lt;br /&gt;  quanto aveva col suo fuoco prodotto di danno e della trista posizione in cui&lt;br /&gt;  eravamo, à rigettato la mia domanda, e mi ha fatto sentire che dovevamo&lt;br /&gt;  renderci a discrezione, e che se a tanto non divenivamo e non gli si dava&lt;br /&gt;  risposta decisiva per le ore 9 della sera, avrebbe riaperto il fuoco con&lt;br /&gt;  l'aggiunta di altre batterie che ancora non erano punto a vista della&lt;br /&gt;  fortezza. In tale stato di cose, riunito il consiglio di difesa e sentitone&lt;br /&gt;  anche il parere, è stato forza sottoporci a quanto il nemico imponeva. Quindi&lt;br /&gt;  mio malgrado e vostro, domani la Piazza sarà resa. Cosí non avrei giammai&lt;br /&gt;  ceduto, ma gli incendi che seco noi minacciavano 1000 e piú tra donne e&lt;br /&gt;  fanciulli mal ricoverati, e che vi si appartengono, e la nostra eccezionale&lt;br /&gt;  posizione, perché le potenze europee àn permesso una aggressione non mai letta&lt;br /&gt;  nelle istorie, e noi da chicchessia sperar non potevamo soccorso di sorte, mi&lt;br /&gt;  ànno obbligato a cedere. Cediamo alla forza perché sopraffatti dalla&lt;br /&gt;  superiorità dei mezzi e non dal valore dei vincitori. Certo che la nostra&lt;br /&gt;  resistenza non avrebbe salvata la Monarchia, sagrificata con la resa di Gaeta;&lt;br /&gt;  non ci restava che salvar solo l'onore militare e nazionale: e mi lusingo che&lt;br /&gt;  lo stesso nemico ci farà giustizia di concedercene l'orgoglio, come spero che&lt;br /&gt;  voi me la farete: nel convenire d'aver visto con voi fino all'ultimo i disagi,&lt;br /&gt;  le privazioni, ed i pericoli. Un dovere però mi resta a compiere ed è quello&lt;br /&gt;  di esternare a voi tutti i miei sentiti e distinti ringraziamenti per aver&lt;br /&gt;  saputo ognuno cosí bene secondare le mie vedute nel difendere questa Real&lt;br /&gt;  Cittadella, ove rinchiusi per circa 8 mesi abbiamo dato le piú grandi prove di&lt;br /&gt;  abnegazione e di fedeltà al nostro Augusto Sovrano Francesco II. Se l'abbiano&lt;br /&gt;  particolarmente però i signori generali De Martino, Combianchi ed Anguissola,&lt;br /&gt;  Ten. Col. Recco, Capitani Lamonica, Di Gennaro e Lauria; e fra tutti il mio&lt;br /&gt;  capo di stato maggiore ed Uffiziali dello stesso signor Ten. Col. Guillamat,&lt;br /&gt;  Capitano Cavalieri e Subalterni Gaeta e Brath. Io vi ringrazio tutti di cuore,&lt;br /&gt;  poichè tutti avete gareggiato nella difesa della rocca. Accettate tutti vi&lt;br /&gt;  prego tali miei ringraziamenti che partono da un cuore leale e riconoscente.&lt;br /&gt;  Miei bravi compagni d'armi, nella mia lunga carriera militare di 47 anni ò&lt;br /&gt;  veduto diverse peripezie non dissimili alla presente, ma però la provvidenza o&lt;br /&gt;  presto o tardi ha fatto sempre rilucere la sua giustizia quando meno si&lt;br /&gt;  attendeva, per cui non ci perdiamo d'animo, e confidando in essa auguriamoci&lt;br /&gt;  giorni piú felici, i quali compenseranno i tristi e dolorosi che abbiamo&lt;br /&gt;  sofferti. Mi avevo prefisso di porre ai piedi del Real Trono le mie umili&lt;br /&gt;  suppliche per chiedere alla munificenza Sovrana un compenso speciale al vostro&lt;br /&gt;  attaccamento, alla vostra sperimentata fedeltà, ma la sorte avversa delle armi&lt;br /&gt;  me lo à impedito e con dolore mi divido da voi tutti, ma porterò scolpito&lt;br /&gt;  profondamente nell'anima mia la rimembranza di voi, della vostra fede. Della&lt;br /&gt;  vostra lealtà, del vostro militare coraggio. Non so quale sarà il mio destino&lt;br /&gt;  ed il vostro in avvenire, ma se la mia età mi permetterà in seguito potervi&lt;br /&gt;  rivedere, sarà sempre una vera gioia per me poter stringere la mano a qualcuno&lt;br /&gt;  dei difensori di questa Real Fortezza, ai quali nè le minacce, nè i pericoli,&lt;br /&gt;  nè le lusinghe, nè i pravi esempi, nè men la morte seppe far declinare da&lt;br /&gt;  quella via d'onore che solo è sprone e ricompensa al prode che pel suo Re&lt;br /&gt;  combatte per vincere o morire. Addio miei bravi camerati! Addio! La sventura&lt;br /&gt;  ci divide, fede e lealtà fu la nostra divisa, e questa non si spogli giammai&lt;br /&gt;  da noi, ciascuno di voi porti scolpita in core la nobile parola, che l'univa&lt;br /&gt;  con nodo indissolubile al nostro sventurato, ma eroico sovrano. Fergola 12&lt;br /&gt;  MARZO 1861"&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;  Il 14 marzo, essendo state richieste piú volte da Torino le bandiere della&lt;br /&gt;  Real Cittadella, il gen. Fergola rilasciò una dichiarazione nella quale&lt;br /&gt;  affermava che avrebbero dovuto essere sei, ma che di esse non restavano che le&lt;br /&gt;  aste essendo stati strappati i drappi dalle truppe quale ultimo gesto di&lt;br /&gt;  fedeltà al Re Francesco II.&lt;br /&gt;Mario Monari&lt;br /&gt;----------------&lt;br /&gt;Dietro permesso di&lt;br /&gt;Antonio Pagano&lt;br /&gt;Direttore periodico Le Due Sicilie&lt;br /&gt;(vedi la rivista QUI)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2540496170758466033-755235437479764138?l=duesicilie-briganti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/feeds/755235437479764138/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2540496170758466033&amp;postID=755235437479764138' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/755235437479764138'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/755235437479764138'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/2008/03/messina-13-marzo-1861-lultima-difesa-in.html' title='MESSINA 13 MARZO 1861 L´ULTIMA DIFESA IN SICILIA'/><author><name>Comitati Due Sicilie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/15213686051266130134</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2540496170758466033.post-7708604744530734766</id><published>2008-03-11T05:20:00.000-07:00</published><updated>2008-03-11T05:23:21.382-07:00</updated><title type='text'>ACCORDO COMITATI DELLE DUE SICILIE CON IL MOVIMENTO PER L´AUTONOMIA</title><content type='html'>(ASCA) - Napoli, 7 mar - Il Movimento dei Comitati delle due Sicilie annuncia l'accordo con il Movimento per l'Autonomia. Candidati dei Comitati saranno presenti nelle liste dell'Mpa in Campania ed in Puglia. Lo riferisce un &lt;span style="font-family:verdana;"&gt;comunicato&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;Al Senato in Campania sara' candidato Giuseppe Vozza, ex consigliere comunale di Caserta e presidente nazionale dei Comitati. Nel collegio Campania 1 sara' candidato Pasquale Pollio, gia' candidato al consiglio comunale di Napoli e coordinatore dei Comitati. Nel collegio Campania 2 il candidato sara' Fiore Marro, segretario dei Comitati. In Puglia si candideranno Elio Spina al Senato e Francesco Rocciola alla Camera.&lt;br /&gt;'Da anni siamo la voce vera del Meridione e portiamo avanti una battaglia, spesso solitaria, per la tutela dell'identita' del Mezzogiorno. Per questo l'Mpa appare la nostra naturale collocazione, il luogo politico dove meglio poter esprimere il nostro progetto politico e culturale' spiegano gli esponenti dei Comitati. L'Mpa vanta in Campania il consigliere regionale Antonio Milo (ex Udc successivamente transitato nell'Italia di Mezzo di Follini), secondo cui 'l'adesione del Movimento dei Comitati delle due Sicilie ci inorgoglisce e conferma la bonta' del nostro progetto. Il Movimento per l'Autonomia punta a rappresentare il Mezzogiorno ed i suoi problemi, quelle emergenze che da troppi anni stanno stagnando e che, lentamente ma inesorabilmente, si stanno allontanando dai tavoli programmatici dei partiti centrali'.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2540496170758466033-7708604744530734766?l=duesicilie-briganti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/feeds/7708604744530734766/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2540496170758466033&amp;postID=7708604744530734766' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/7708604744530734766'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/7708604744530734766'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/2008/03/accordo-comitati-delle-due-sicilie-con.html' title='ACCORDO COMITATI DELLE DUE SICILIE CON IL MOVIMENTO PER L´AUTONOMIA'/><author><name>Comitati Due Sicilie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/15213686051266130134</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2540496170758466033.post-2541794691009858609</id><published>2008-02-27T03:28:00.000-08:00</published><updated>2008-02-27T03:34:29.119-08:00</updated><title type='text'>PETIZIONE: IL SUD CHIEDE I DANNI AI SAVOIA</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_KrlgQ8gAxeM/R8VKqlCGGHI/AAAAAAAAAC4/AGtLw-tsOSU/s1600-h/ITCAX5A0Y1CACDR725CAOJD3SLCAGK8XU3CA5S3MWWCA1WOBK4CA6OQ23ICA2ZIWP3CAUE8G1BCAHAPU8UCAFDNSBVCAXW4IUMCA0GK3H9CANUEMP4CA09ZV84CAD2K32OCAL28VMUCAM2VMW9.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5171621842460743794" style="FLOAT: right; MARGIN: 0px 0px 10px 10px; CURSOR: hand" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_KrlgQ8gAxeM/R8VKqlCGGHI/AAAAAAAAAC4/AGtLw-tsOSU/s320/ITCAX5A0Y1CACDR725CAOJD3SLCAGK8XU3CA5S3MWWCA1WOBK4CA6OQ23ICA2ZIWP3CAUE8G1BCAHAPU8UCAFDNSBVCAXW4IUMCA0GK3H9CANUEMP4CA09ZV84CAD2K32OCAL28VMUCAM2VMW9.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;Scritto da segretario&lt;br /&gt;Gentili amici meridionali,&lt;br /&gt;l'ennesima prodezza dei Savoia, con la richiesta di 260 milioni di euro allo stato italiano (e quindi anche a noi meridionali), a differenza delle altre, non può lasciarci indifferente.&lt;br /&gt;Il Sud, in particolare, che ha già dato dal 1860 a tutt'oggi, a lor signori, non solo le proprie immense ricchezze, ma anche la forza lavoro e, soprattutto, una infinità di cervelli, non può e non deve tacere di fronte a questa proditoria richiesta. E' per questo motivo che è stata avviata un petizione intitolata IL SUD CHIEDE I DANNI AI SAVOIA che sarà presentata alle Cariche Istituzionali e Giuridiche italiane ed europee ed il cui testo completo è visionabile sul sito&lt;br /&gt;&lt;a onclick="return top.js.OpenExtLink(window,event,this)" href="http://www.firmiamo.it/il-sud-chiede-i-danni-ai-savoia" target="_blank"&gt;http://www.firmiamo.it/il-sud-chiede-i-danni-ai-savoia&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;Sullo stesso sito, chi vuole, potrà sottoscrivere la stessa petizione.&lt;br /&gt;Speriamo di ritrovarci in tanti in un nuovo sud determinato ad affermare il diritto alla propria VERA storia e, quindi, al risarcimento dei danni subiti di cui ancora oggi sopportiamo le conseguenze e differenze economiche.&lt;br /&gt;Il comitato organizzatore.&lt;br /&gt;CARI COMPATRIOTI ...FIRMIAMO TUTTI!&lt;br /&gt;Mettiamoci pure quella su garibaldi&lt;br /&gt;...dalla toponomastica delle strade del Sud. Poi toccherà agli altri Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele II, Cialdini e tutti i criminali di guerra, TUTTI I CRIMNALI della guerra civile che tra il 1860 ed il 1870 che ha fatto più morti di tutte le guerre di indipendenza, centinaia di migliaia di meridionali sterminati! In pochi giorni ci sono state già più di 100 firme... &lt;a href="http://www.firmiamo.it/viagaribaldidaipaesi" target="_blank"&gt;http://www.firmiamo.it/viagaribaldidaipaesi&lt;/a&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2540496170758466033-2541794691009858609?l=duesicilie-briganti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/feeds/2541794691009858609/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2540496170758466033&amp;postID=2541794691009858609' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/2541794691009858609'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/2541794691009858609'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/2008/02/petizione-il-sud-chiede-i-danni-ai.html' title='PETIZIONE: IL SUD CHIEDE I DANNI AI SAVOIA'/><author><name>Comitati Due Sicilie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/15213686051266130134</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_KrlgQ8gAxeM/R8VKqlCGGHI/AAAAAAAAAC4/AGtLw-tsOSU/s72-c/ITCAX5A0Y1CACDR725CAOJD3SLCAGK8XU3CA5S3MWWCA1WOBK4CA6OQ23ICA2ZIWP3CAUE8G1BCAHAPU8UCAFDNSBVCAXW4IUMCA0GK3H9CANUEMP4CA09ZV84CAD2K32OCAL28VMUCAM2VMW9.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2540496170758466033.post-423167433723518577</id><published>2008-02-27T03:06:00.000-08:00</published><updated>2008-02-27T03:09:17.279-08:00</updated><title type='text'>INTERVENO DI GIUSEPPE VOZZA</title><content type='html'>&lt;a href="http://4.bp.blogspot.com/_KrlgQ8gAxeM/R8VEzlCGGDI/AAAAAAAAACE/Vf4hpR-IZoo/s1600-h/images1.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5171615400009799730" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://4.bp.blogspot.com/_KrlgQ8gAxeM/R8VEzlCGGDI/AAAAAAAAACE/Vf4hpR-IZoo/s320/images1.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;Carissimi convegnisti,&lt;br /&gt;ho l’onore di essere il Presidente nazionale di questa nuova associazione culturale costituita il 28 dicembre 2007. Ad affiancarmi vi sono due vice-presidenti Pietro Matrisciano e Pasquale Pollio, il segretario Fiore Marro ed il tesoriere Nicola D’auria.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Abbiamo ritenuto opportuno incontrarci per iniziare ad elaborare tutti quanti insieme le linee-guida della nostra associazione, in modo tale che, quando il processo di definizione si riterrà concluso, verrà indetto il congresso nazionale per il rinnovo di tutti gli organismi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Innanzitutto mi preme sottolineare che è stato scelto il nome “Comitati delle Due Sicilie” per due ordini di ragioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il primo è di ordine geografico, volendo comprendere tutta la vasta area, o macroregione, che al nord ha per confini naturali da un lato il fiume Tronto, sul versante adriatico, e dall’altro il fiume Liri-Garigliano, sul versante tirrenico, ed al sud ha per confini da un lato il capo di Santa Maria di Leuca e dall’altro San Vito Lo Capo, non disdegnando di ricordare che Capo Passero è naturalmente il capo più a sud.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il secondo punto è di ordine storico-culturale. Abbiamo ritenuto necessario fare uso dell’aggettivo duosiciliano, perché vogliamo e dobbiamo comprendere tutto il lungo periodo che, grosso modo, va dal 1100 al 1861, in cui, cioè, è compreso il periodo borbonico, ma questo non è che una parte rispetto al tutto, non è che il 15% circa, sempre in ragione temporale, rispetto ai 7-800 anni di vita unitaria che ha conosciuto l’area geografica di cui sopra. In altre parole, sappiamo benissimo che il Meridione ha brillato durante il periodo borbonico, ma sappiamo anche che la storia del Meridione non può essere limitata ai 126-127 anni caratterizzati dalla dinastia dei Borbone, cioè dall’anno in cui è arrivato Carlo di Borbone fino agli ultimi giorni dell’amatissimo ultimo Re Franceschiello, ma che deve travalicare questi confini, per andare ai primi anni del periodo medioevale, laddove si incominciava a parlare di stato unitario ed a viverlo quotidianamente, si pensi solo che nel 1100 il Meridione d’Italia ha brillato di luce propria perché in quel periodo viveva un Re che rispondeva al nome di Federico di Svevia, il quale nella sua Reggia di Palermo era riuscito, tra le altre cose, a far sedere allo stesso tavolo cristiani, musulmani ed ebrei, al punto che con estrema facilità in ogni angolo del Regno si parlava latino, arabo ed ebraico, con una grandissima ed insuperata lezione di pluralismo culturale. Non a caso Federico è stato definito lo stupor mundi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Va, inoltre, ricordato come anche i linguisti abbiano evidenziato l’unitarietà culturale della macroregione duosiciliana, laddove, ad esempio Giacomo Devoto, il più importante linguista, ha evidenziato, ad esempio, che nella nostra area siamo abituati ad usare la parola “mo”, mentre nel territorio della penisola che sta al di sopra di Roma e delle Marche si preferisce usare la parola “ora”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutto ciò significa che nel Meridione per oltre 700 anni vi è stato l’organismo unitario dello “stato”, entità politico-costituzionale che vedrà la luce negli altri stati europei solo qualche secolo dopo, vale a dire la Spagna , la Francia , la Germania e l’Inghilterra si formeranno in stato solo nel 1500. E pensare che la storiografia italiana ha sempre evidenziato in negativo tutti gli staterelli italiani e mai che abbia speso parole positive, o, almeno, avesse evinziato in qualche sparutissima occasione l’esistenza dello stato unitario del Mezzogiorno già nel XII secolo. In altre parole vogliamo dire che l’unità d’Italia si sarebbe dovuta realizzare dal sud verso il nord, non solo sotto il profilo geografico, ma proprio ed esclusivamente sotto il profilo culturale, giuridico e politico. E di sicuro molti secoli addietro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutto ciò allora ci deve servire da monito, perché se è vero come è realmente vero che historia magistra vitae, come ci suggerisce Cicerone, è altrettanto vero, che noi non dobbiamo tenere il capo reclinato esclusivamente all’indietro e senza porci domande e quesiti sul presente e senza dare qualche risposta e prospettiva al nostro futuro. Noi siamo uomini del Terzo Millennio, dobbiamo tenere nella debita considerazione ciò che siamo stati fino al 1860-61, da quando cioè siamo stati violentati, seviziati, squartati, bruciati, impiccati, ma è altrettanto vero che dobbiamo dare delle risposte ai tanti perché che sorgono dal territorio e che riguardano la munnezza, la nuova emigrazione, l’assalto al territorio, la cancellazione dell’agricoltura, il proliferare di supermercati, la cancellazione delle piccole e medie imprese e dobbiamo soprattutto pensare a quale futuro dobbiamo e vogliamo lasciare ai nostri figli ed ai nostri nipoti, perché se tutto ciò è vero è altrettanto ed ancor di più vero che noi abbiamo nostalgia del futuro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una vera associazione culturale e/o politica non può non tenere presente nella propria analisi e nella propria prospettiva risolutoria non solo il popolo ma anche e soprattutto il territorio. Allora se noi oggi vediamo che il nostro territorio, soprattutto quello della Campania, ma se non si pongono immediati rimedi il problema rischia di estendersi anche alle regioni viciniori, è caratterizzato dall’unica forma di arredo urbano che una sedicente classe politica è riuscita a conferire a tutte le città ed i paesi, vale a dire la munnezza, dobbiamo anche chiederci perché ciò è avvenuto. A mio sommesso avviso deve essere evidenziato che noi uomini del Sud per troppi anni, per decenni abbiamo firmato delle cambiali in bianco agli occupatori della politica, la cui unica occupazione è stata quella di scrivervi sopra una cifra iperbolica. Allora questo sta a significare che la munnezza che vediamo è anche e soprattutto la munnezza che teniamo nel nostro corpo, nel nostro cuore e nella nostra mente. Non dobbiamo più firmare cambiali e/o deleghe in bianco, dobbiamo assumerci tutte le responsabilità, in modo che riusciamo a limitare il saccheggio, recuperare ed iniziare un percorso di crescita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La munnezza è l’aspetto più democratico di tutta la questione dell’attacco al territorio ed al paesaggio. Negli ultimi 30-40 anni abbiamo perso in termini di ambiente ciò che i nostri padri ed i nostri progenitori hanno conservato per secoli e secoli. E l’ultimo colpo di coda è stato l’evento naturale del terremoto dell’Ottanta, perché all’evento imprevedibile della natura, ha fatto seguito l’evento prevedibile della classe borghese, che, come una sanguisuga, si è buttata sul terremoto, ben capendo che avrebbe potuto trarre ingenti guadagni accumulando fortune su fortune.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il nostro territorio è stato devastato facendo balenare agli occhi dei meridionali negli anni Sessanta la piena occupazione nelle fabbriche, quando nei nostri paesi si sono insediate fabbriche del nord, europee o addirittura americane, tutte rigidamente sovvenzionate dallo stato unitario. La scelta di questo stato serviva solo a buttare fumo negli occhi: a fronte di poche centinaia di famiglie per area provinciale, che potevano permettersi il lusso di avere uno stipendio o un salario di gran lunga superiore a quello che conseguiva il contadino, facevano da contraltare migliaia e migliaia di famiglie che continuavano a vivere in ristrettezze economiche, o addirittura nell’indigenza, al punto che dovettero prendere la valigia ed espatriare, andando nelle città del nord, o in Svizzera, Germania ed altri paesi europei. Lo stato unitario, in altre parole, da un lato saccheggiava il territorio devastandolo irreversibilmente e dall’altro saccheggiava il popolo duosiciliano costringendolo ad espatriare, sulla scorta del grande insegnamento dello stato savoiardo post-unitario, che pensò come unica soluzione all’emigrazione d’oltreoceano per le genti del Sud.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;All’emigrazione delle braccia, che servirono a fare grande l’industria automobilistica di Torino e tutte le fabbriche del cosiddetto triangolo industriale nordista, fece seguito il decennio successivo l’emigrazione dei primi colletti bianchi: il Sud continuava a dissanguarsi, fino ad arrivare ai giorni nostri che sono contrassegnati irrimediabilmente dall’abbandono dei nostri cervelli che possono trovare occupazione solo altrove, dove l’ “altrove” sta sempre e solo oltre i confini naturali del Tronto e del Garigliano. Ed in queste condizioni il futuro è un tempo che non può essere coniugato dagli studenti e dal popolo del Mezzogiorno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il paesaggio è stato violentato perché immettendo le cosiddette “cattedrali nel deserto”, si è data la stura a quanto di più becero e regressivo esistesse nella nostra indole, perché di punto in bianco, dimentichi della nostra storia, della nostra cultura, delle nostre arti, delle nostre tradizioni, siamo stati bravissimi (ovviamente per gli altri) cancellare il nostro territorio, in una sorta di preferenza psicologica nell’immissione di palazzi con vetri, centri commerciali, palazzetti fintamente contenenti attività industriali, industriali, addirittura per le residenze private è invalsa la moda di quelle ville holliwoodiane che sono preferite da chi è dedito ad attività delinquenziali di stampo camorristico. Tutto ciò lo possiamo riassumere con quella parte della Campania che si sviluppa da Marcianise a Nola, dove abbiamo un grande supermercato, l’uscita dell’autostrada, un centro commerciale con oltre 160 negozi, poi l’interporto Marcianise-Maddaloni, poi la Montefibre di Acerra, dove ha già trovato spazio il cosiddetto termovalorizzatore (ma, pare, con una tecnologia superata), poi il CIS di Nola, a cui nei giorni scorsi si è aggiunto un altro centro commerciale, forte sempre di oltre 160 negozi, il cosiddetto “Vulcano buono” e l’interporto (ancora!) di Nola. Insomma un vasto segmento lungo circa 15 km che è stato contrassegnato e penalizzato per sempre da insediamenti invasivi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma tutto questo perché? Perché l’uomo meridionale interessa solo nella misura in cui è consumatore, perché in questa sua funzione nulla gli rimane in tasca e tutto spende a favore delle aziende del nord, dell’Europa e d’Oltreoceano, le quali così aumenteranno i loro ricavi ed il Mezzogiorno si depurerà sempre più. Dopo tutto il più delle volte si tratta di società che sono ultra-nazionali, trans-nazionali, il cui unico scopo è solo quello di arricchirsi (come se la vita non fosse finita!!!), in una continua corsa a crescere e a far crescere il proprio segmento di mercato, che in tanto è amato e nominato perché lo si vive in una prospettiva di occuparlo per intero, perché la visione non è quella della concorrenza, ma del…monopolio, l’unico sistema di mercato che piace a qualsiasi capitalista.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ed in queste condizioni che futuro hanno le nostre giovani generazioni? Potranno mai lavorare qui, nelle nostre terre? E in che modo vivranno “altrove”, se “altrove” hanno bisogno della cucina, della lavanderia, del petrolio per la trazione e per il riscaldamento? Potranno mai risollevare il capo? E Seppure lo faranno, in quanti lo faranno? Allora qual è il futuro che ci viene riservato, se non quello di prossimi servi della gleba?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Allora se tutto ciò è vero, noi abbiamo il diritto-dovere di non credere più nel cosiddetto modello di sviluppo economico, né di parteggiare per esso, perché il modello di sviluppo economico, così come è stato concepito e come ci viene propinato e fatto vivere, è quanto di più inumano possa esservi. Una considerazione basilare serve a far capire l’insussistenza logica di questo modello: le risorse naturali non sono infinite, ci dimentichiamo della legge di Lavoisier, per cui “in natura nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”. Ci pensate che tra poco anche l’acqua, scomposta per particelle, ci sarà venduta a caro prezzo?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Allora, se veramente vogliamo ri-prenderci il futuro, o per lo meno se lo vogliamo ri-prendere per i nostri figli, dobbiamo ri-pensare ad un nuovo e diverso modello di sviluppo, che tenga conto non della crescita ma della de-crescita, come alcuni pensatori, sociologi ed economisti, come Mauss, Latouche, Caillé, da qualche anno stanno predicando, perché è solo con un nuovo e diverso modello di sviluppo che possiamo ri-proporre le nostre piccole e medie attività industriali ed artigianali ed il commercio potrà ri-proporre cose nostre e non cose di altri e di “altrove”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ecco, noi teniamo un’arma micidiale: essere consumatori consapevoli. Ciò significa scegliere il prodotto, scegliere il prodotto del Sud e non quello di “altrove”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A questo punto è necessario procedere anche ad una scelta del sistema politico-economico che meglio potrebbe e/o dovrebbe rappresentare le esigenze del popolo meridionale. Finora da un lato ci è stato propinato il marxismo con la sua applicazione del comunismo e dall’altro il liberismo con la sua applicazione del capitalismo. Le prove che teniamo, forniteci dagli stessi sistemi in parola, depongono a loro sfavore, perché l’uno e l’altro vedono la società in continuo conflitto, privilegiandone sempre una sola parte. Noi, invece, desideriamo andare oltre questa rigida e monca visione, tra l’altro relegata ad un mondo storico che è oramai superato, noi desideriamo andare oltre, perché qualsiasi prodotto non è solo opera di Tizio o di Caio, ma è opera tanto del lavoratore quanto del datore di lavoro; anzi, noi fermamente crediamo che sia venuto il momento di iniziare a parlare di partecipazione del lavoratore alle scelte gestionali dell’azienda e, ovviamente, anche e soprattutto alla partecipazione degli utili aziendali, che, in tanto esistono, perché il lavoratore, al pari del datore di lavoro, vive la sua esperienza lavorativa in funzione del buon andamento della propria struttura produttiva.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma per fare tutto questo abbiamo bisogno di una forte preparazione culturale, perché le guerre, soprattutto quelle che non si combattono fisicamente con le armi, per vincerle, devono essere preparate culturalmente. Noi abbiamo il diritto-dovere di educarci, di far sì che in ogni momento della nostra giornata ci sentiamo sempre di fronte ad un bivio ed al bivio scegliere sempre e solo la strada a favore del territorio duosiciliano e del popolo duosiciliano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Noi dobbiamo affrontare qualsiasi argomento con la piena e lucida capacità intellettuale di individuare subito i pro ed i contro, ecco perché la cultura è condizione necessaria e sufficiente per fare attività, qualsiasi attività, soprattutto quella politica, per la quale non è necessario e sufficiente dire “io faccio politica”, strutturarsi in un partito, o vestire i panni del consigliere comunale o anche del deputato. In altre parole per fare politica occorre, gramscianamente, occupare culturalmente la società, altrimenti si corre il rischio di seguire pedissequamente tutti quelli che finora hanno rivestito incarichi istituzionali, ma dei quali non ce ne siamo mai accorti in termini positivi, ma solo per le ricadute negative e negativizzanti. Per fare politica occorre avere una fortissima preparazione culturale, perché è la politica a discendere dalla cultura e non viceversa, in modo tale che chiunque vada a ricoprire una qualsiasi carica sappia esattamente da dove si è partiti e dove si vuole arrivare. E soprattutto fare politica non significa vincere numericamente chi sta dall’altra parte, ma con-vincerlo con la qualità degli argomenti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giuseppe Vozza&lt;br /&gt;Presidente nazionale&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2540496170758466033-423167433723518577?l=duesicilie-briganti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/feeds/423167433723518577/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2540496170758466033&amp;postID=423167433723518577' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/423167433723518577'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/423167433723518577'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/2008/02/interveno-di-giuseppe-vozza.html' title='INTERVENO DI GIUSEPPE VOZZA'/><author><name>Comitati Due Sicilie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/15213686051266130134</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_KrlgQ8gAxeM/R8VEzlCGGDI/AAAAAAAAACE/Vf4hpR-IZoo/s72-c/images1.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2540496170758466033.post-3228888220153047422</id><published>2008-02-26T02:17:00.000-08:00</published><updated>2008-02-26T02:20:56.944-08:00</updated><title type='text'>LA LUNGA STRADA VERSO LE ELEZIONI</title><content type='html'>&lt;a href="http://3.bp.blogspot.com/_KrlgQ8gAxeM/R8Pn91CGGCI/AAAAAAAAAB8/KHbzQ_NngVs/s1600-h/images.jpg"&gt;&lt;img id="BLOGGER_PHOTO_ID_5171231846545365026" style="FLOAT: left; MARGIN: 0px 10px 10px 0px; CURSOR: hand" alt="" src="http://3.bp.blogspot.com/_KrlgQ8gAxeM/R8Pn91CGGCI/AAAAAAAAAB8/KHbzQ_NngVs/s320/images.jpg" border="0" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;div&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;L'accordo con Berlusconi per fare il Partito del Sud sembra cosa fatta, Lombardo è stato chiamato dal Cavaliere, come avevamo già anticipato, a varcare lo stretto alla conquista delle Due Sicilie, come un novello Cardinal Ruffo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Resta salda però l'alleanza con Cuffaro in Sicilia, sia il leader dell'MPA che l'ex presidente della Regione Siciliana sanno benissimo che per vincere le elezioni hanno bisogno dell'appoggio reciproco, soprattutto adesso che l'UDC rischia seriamente di scomparire dopo lo strappo di Casini con Berlusconi e le defezioni di parecchi colonnelli dello scudo crociato che si sono trasferiti, armi e bagagli, nel PDL.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L'UDC alle prossime elezioni apparirà parecchio ridimensionata e probabilmente rimarrà arroccata nella fortezza siciliana in attesa di tempi migliori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma potrebbe esserci un clamoroso colpo di scena che metterebbe definitivamente KO Casini (il quale è andato a Tel Aviv a chiedere la benedizione per le prossime elezioni) e sarebbe il passaggio di Cuffaro sotto il partito della vecchia Democrazia Cristiana il cui segretario oggi è Giuseppe Pizza, partito che malgrado le vicissitudini passate resiste ancora, anche se il simbolo dello scudo crociato e la scritta "libertas" sono stati usurpati proprio dall'UDC.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma una recente sentenza ha riassegnato questo simbolo a Giuseppe Pizza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D'altronde Cuffaro in una &lt;/span&gt;&lt;a href="http://notizie.alice.it/notizie/politica/2008/02_febbraio/11/elezioni_cuffaro_udc_in_pdl_no_non_rinuniciamo_a_nostra_storia,14032157.html"&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt;sua dichiarazione&lt;/span&gt;&lt;/a&gt;&lt;span style="font-family:verdana;"&gt; disse: "impegno c'é e ci sarà ma ad una condizione: che ci sia anche lo scudo crociato. Voglio dire che noi alla nostra storia non rinunciamo, costi quel che costi" non escludendo dunque il suo appoggio ad un partito che adotti sempre lo scudo crociato e che non sia necessariamente l'UDC.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Rimane in stand-by la posizione di Miccichè.L'Ex presidente dell'ARS anche se ormai gli ultimi dubbi sulla candidatura della CDL in Sicilia vanno a risolversi, sembra ostinato a candidarsi, addirittura da solo se non dovesse trovare appoggio all'interno della sua coalizione.Voci di corridoio dicono che avrebbe creato la lista: "Con Micciche' per la rivoluzione siciliana" riprendendo il discorso iniziato sul suo blog.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma davvero Miccichè arriverà allo strappo con Forza Italia e si presenterà per conto suo? Non crediamo che sia così ingenuo a farlo anche perchè sarebbe praticamente bruciato, a meno che non ci sia qualcuno che lo stia appoggiando...insomma speriamo proprio che Miccichè non si sia venduto alla sinistra delle massonerie.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;D'altronde la crociata lanciata contro Cuffaro per via dei presunti appoggi alla mafia suona stonata perchè sappiamo bene che Miccichè ha costruito Forza Italia in Sicilia assieme al chiacchieratissimo Dell'Utri...Attendiamo i prossimi giorni per sapere se le nostre saranno solo ipotesi o invece queste parole si tradurranno in realtà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questione Kosovo.&lt;br /&gt;Negli ultimi editoriali abbiamo parlato del problema Kosovo ed anticipato la notizia dell'indipendenza dello stato balcanico, avvenuta il 17 febbraio scorso.Come ha fatto sapere il Ministero degli esteri russo, tale indipendenza è illegale ed unilaterale perchè avvenuta fuori dal consenso del Consiglio delle Nazioni Unite e pergiunta violando una precedente Risoluzione che riconosce la sovranità serba sul Kosovo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tale proclamazione ha aperto un vero e proprio "Vaso di Pandora", infatti da più parti in Europa si sono sollevati i mormorii delle regioni che da anni reclamano la loro autonomia: Paesi Baschi, Abkhazia ed Ossezia, Fiandre, Cipro, Transnistria, tanto per citarne qualcuna e stanno già preparando le carte...&lt;br /&gt;Risultati?Già Spagna e Romania non riconosceranno il Kosovo e l'Europa si spacca sempre di più.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;C'è da dire però che proprio questa situazione internazionale ha consentito al centrodestra di tentare con successo la mossa della "territorializzazione" del suo schieramento politico, obbligando i suoi alleati a schierarsi o al sud o al nord del paese, pena l'esclusione dal PDL e dall'eventuale governo.&lt;br /&gt;Tale operazione in altri tempi avrebbe suscitato, soprattutto in periodo di campagna elettorale, lo sdegno del centrosinistra delle massonerie e dei suoi vili giornali e magari avrebbero accusato Berlusconi di voler "ghettizzare" l'Italia. Invece silenzio assoluto.&lt;br /&gt;Sarà forse perchè a baffetto D'Alema, gli è stato consigliato dai poteri forti anglo-americani, di riconoscere l'illegale stato del Kosovo?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Comitato 20/02/2008&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2540496170758466033-3228888220153047422?l=duesicilie-briganti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/feeds/3228888220153047422/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2540496170758466033&amp;postID=3228888220153047422' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/3228888220153047422'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/3228888220153047422'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/2008/02/la-lunga-strada-verso-le-elezioni.html' title='LA LUNGA STRADA VERSO LE ELEZIONI'/><author><name>Comitati Due Sicilie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/15213686051266130134</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://3.bp.blogspot.com/_KrlgQ8gAxeM/R8Pn91CGGCI/AAAAAAAAAB8/KHbzQ_NngVs/s72-c/images.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2540496170758466033.post-705403193665785402</id><published>2008-02-07T10:51:00.000-08:00</published><updated>2008-02-07T10:53:05.340-08:00</updated><title type='text'>Chi siamo e perchè</title><content type='html'>&lt;div align="center"&gt;&lt;span style="font-family:arial;"&gt;&lt;strong&gt;Per rispondere in maniera sintetica, e allo stesso tempo efficace, alla prima domanda ci è sembrato opportuno parafrasare quella celeberrima definizione che il filosofo Immanuel Kant diede dell’Illuminismo nel 1784;[1] e perciò anche noi affermiamo con convinzione che i “Comitati delle Due Sicilie rappresentano l’uscita del Popolo meridionale dallo stato di minorità che esso deve imputare per prima cosa a centoquarantasette anni di scellerato colonialismo e in secondo luogo anche a se stesso”.Per quanto attiene allo “scellerato colonialismo” perpetrato ai danni dell’ex Regno delle Due Sicilie dall’italica “Intelligencjia” in quasi un secolo e mezzo, astenendoci dal ripercorrere le numerose e funeste scelte politiche che hanno progressivamente e inesorabilmente depauperato la nostra un tempo “Patria felix” (che all’alba della proditoria invasione savoiarda figurava al terzo posto, tra le potenze più industrializzate e progredite dell’epoca), ci limitiamo a dire soltanto che la famigerata “questione meridionale” italiana nacque dopo la creazione dello Stato savoiardo, checché ne dicano le varie vulgate più agiografiche che storiche susseguitesi ininterrottamente dal 1860 in poi.Per quanto riguarda lo “stato di minorità” che il Popolo Duosiciliano deve imputare “anche a se stesso”, fatta eccezione per diversi di quei moti suscitati dall’orgoglio nazionale i quali condussero tanti nostri compatrioti alla galera o al patibolo, con l’infamante e quasi sempre falsa accusa di “brigantaggio”, dobbiamo purtroppo prendere atto del fatto che quello che ci è toccato in sorte da circa centocinquant’anni in qua ce lo siamo voluto noi.Ce lo siamo voluto prima con la folle illusione che bisognava combattere a fianco dei nostri liberatori”; poi con un inammissibile rassegnato stato catatonico che ci ha praticamente immobilizzati, lasciandoci alla mercè dei tanti capipopolo meridionali asserviti ai vari governi non certo benevoli con noi; e poi ancora con una sconcertante e progressiva perdita di memoria storica, di coscienza nazionale e  dignità. Ciò detto, va da sé che la risposta alla seconda domanda  che abbiamo premesso all’inizio di questo manifesto è (e può essere) una sola: i Comitati delle Due Sicilie rappresentano tutti i Meridionali intenzionati a uscire dallo stato di minorità in cui si trovano da troppo tempo e la volontà di realizzare questo progetto promuovendo la riscoperta della nostra gloriosa storia, della nostra identità e della nostra cultura, senza cui non potremo mai sperare di tornare a riprenderci la dignità, il posto e il ruolo che ci competono.Quindi chi si è fatto promotore della costituzione dei Comitati delle Due Sicilie vuole far sì che le Regioni e la popolazione un tempo costituenti il Regno delle Due Sicilie acquistino, all’interno dello Stato italiano, unitario e repubblicano, quella considerazione e quella dignità che finora, complici interessati maneggi di certa parte del Paese e perdita di memoria storico-politica di un’altra parte, non hanno mai avuto. Certo, il cammino non sarà breve né facile, e probabilmente alla meta arriveranno solo i nostri discendenti. Tuttavia è indubbio che noi abbiamo l’obbligo morale di preparare il terreno a chi verrà dopo di noi, per renderlo cittadino consapevole, attivo e arbitro del suo destino.Forza e onore! &lt;/strong&gt;&lt;/span&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2540496170758466033-705403193665785402?l=duesicilie-briganti.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/feeds/705403193665785402/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2540496170758466033&amp;postID=705403193665785402' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/705403193665785402'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2540496170758466033/posts/default/705403193665785402'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://duesicilie-briganti.blogspot.com/2008/02/chi-siamo-e-perch.html' title='Chi siamo e perchè'/><author><name>Comitati Due Sicilie</name><uri>http://www.blogger.com/profile/15213686051266130134</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>3</thr:total></entry></feed>
